Freelance cose che non hanno funzionato © Giada Carta

In questo post ti ho raccontato quali cose hanno funzionato per me nei primi dieci mesi di vita da freelance. Nei bilanci però le cose da migliorare contano quanto quelle che sono andate bene, quindi ho deciso di raccontarti anche cosa, nei miei primi dieci mesi da freelance, non ha funzionato per niente.

 

L’ansia

I momenti di sconforto di cui ti parlavo alla fine del post precedente ce li abbiamo tutte: io in particolare non mi sono ancora abituata all’ incertezza connaturata alla libera professione, per cui magari guadagni 700€ in un giorno e sei sommersa di mail e poi per due settimane sei circondata dal nulla cosmico, sui social e sul conto in banca.

Ho capito però che quest’ansia, se diventa paralizzante e ti porta a chiuderti nei tuoi pensieri negativi e nella sfiducia nel futuro, è un’emozione completamente inutile, e così mi sono impegnata a sfruttarla per trasformarla in qualcosa di positivo.

Quando mi prende così quindi prima di tutto smetto di lavorare e faccio qualcosa che mi piace, poi mi pompo un pochino leggendo online storie di successi altrui, che mi ricordano sempre che chi ha sfondato è sempre matematicamente chi non si è arreso alle prime difficoltà, e infine mi metto seduta e mi chiedo che cosa non sta funzionando e cosa posso fare, praticamente, per farlo funzionare. Dopodiché lo faccio, e nella maggior parte dei casi funziona. Quando non è così, ripeto da capo al fine, et voilà.

 

Gli orari casuali

Quando sogni di diventare freelance pensi sempre che la cosa più figa di tutte sarà la possibilità di lavorare quando vuoi: in realtà ho scoperto che si tratta di un’arma a doppio taglio, perché per me non avere degli orari fissi si è rivelata una sòla pazzesca.

Certo, puoi lavorare quando e dove vuoi, ma questo spesso implica che gli altri si sentono autorizzati a disturbarti in ogni momento, che sai quando inizi a lavorare e non sai quando finisci, che ti dimentichi di mangiare, che ti ritrovi a leggere le mail del lavoro dal cellulare, mentre sei fuori a cena.

Un cambiamento positivo per me quindi è stato stabilire in anticipo degli orari di lavoro, cosa che inizialmente non ho fatto, che mi ha portato a non avere mai giorni di riposo e che ha reso spesso molto difficile pianificare le cose da fare.

 

Non staccare mai

Nel mio primo anno di attività la mia vita è stata incentrata per la maggior parte sul lavoro: quando non lavoravo leggevo libri utili alla mia attività, e quando ero in giro controllavo comunque la mail del lavoro o i social, tutto questo perché tendi sempre a pensare che più fai e meglio è.

Ho capito invece che staccare completamente è importantissimo anche per il business, perché è solo staccando che puoi riempirti di nuovo della creatività e delle energie necessarie a lavorare al meglio: la prova ulteriore è che tutte le idee migliori che ho avuto mi sono sempre venute mentre cazzeggiavo.

Il mio secondo importante miglioramento quindi è stato quello di staccare completamente dal lavoro e dai social quando non lavoro, e di stabilire in anticipo dei momenti precisi di riposo e svago completi, spesso e volentieri.

 

Il multitasking

Una delle cose difficili quando lavori da sola è che devi fare mille cose diverse: creare, interagire coi clienti, occuparti del marketing, gestire la contabilità e le fatture… Devi condensare mille ruoli nella tua sola persona, e questo spesso porta a cedere alla tentazione del multitasking, così mentre stai scrivendo un post ti interrompi un attimo perché ti è arrivata una mail che ti notifica un acquisto e quindi pensi di liberarti subito della fattura, poi mentre la stai spedendo ricevi un’altra mail in cui ti chiedono informazioni su una cosa che potresti vendere, quindi ti fermi un altro attimo a rispondere, e poi… Passano tre ore, e devi ancora scrivere il post.

Ho capito da un po’quindi che il multitasking è il male perché, nel tentativo di fare tante cose insieme per ottimizzare il tempo, in realtà lo sprechi e delle cose che volevi fare non ne fai bene nessuna.

La mia terza svolta quindi è stata la scelta di dedicarmi sempre meglio a un sanissimo single tasking: fare una cosa per volta e farla al meglio delle mie possibilità, e passare ad altro solo quando ho finito.

 

Il perfezionismo

Su questo parto avvantaggiata perché ho smesso da tempo di dirmi che quello che faccio non va mai bene e che tutti gli altri sono più bravi di me. Rimango però una persona che ama le cose belle, l’impegno che traspare da tutto, e che ha una grande attenzione per i dettagli. Spesso quindi agli inizi mi sono incartata nel tentativo di rifinire al massimo ogni cosa, ma alla fine ho scoperto che questo finiva per bloccarmi o rallentarmi notevolmente e così il mio motto è diventato “fatto è meglio che perfetto”.

Quando una cosa che voglio tirare fuori è buona basta, la tiro fuori, e mi limito ad annotare su un quaderno le cose che potrei perfezionare così, quando sono in un momento tranquillo e posso farlo, mi dedico a migliorarle. Dopo che le ho già fatte, però!

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