Autenticità sui social media © Giada Carta

Se avessi un euro per ogni volta che ho sentito dire che sui social media bisogna essere “autentici” sarei miliardaria. Ormai lo leggo e lo sento ovunque e tra gli esperti di marketing, soprattutto italiani ma anche di oltreoceano, è tutto un ribadire quanto sia importante mostrare online ogni aspetto di sé, incluse le brutture e i momenti no, perché mica possiamo far credere alle persone che ci seguono che la nostra vita sia perfetta, giusto?

Ebbene, oggi ho deciso di scrivere la mia su questo tema perché trovo che questa moda dell’autenticità ad ogni costo sia un po’ superficiale e voglio proporti una visione alternativa delle cose, certa che possa esserti utile se ti stai angosciando per capire come avere un bel feed su Instagram ed essere “autentica” allo stesso tempo.

 

COSA VUOL DIRE AUTENTICO?

Questa è la prima domanda da farsi perché le parole, quando vengono abusate, tendono spesso a svuotarsi di significato. La parola autentico deriva dal greco antico authentes, che significa “autore, che opera da sé”.

Secondo la definizione della Treccani, autentico è tutto ciò che è vero, non falsificato e, peraltro, originariamente questo termine si applica specificamente a opere o atti e non alla personalità: si può dire che sono autentici un quadro o il manoscritto di un romanzo, non ha etimologicamente senso dire che una persona è autentica, anche se ormai è la prassi.

Dopo aver fatto questa doverosa premessa (ho pur sempre una formazione da linguista, capiscimi), accettiamo comunque per un attimo di applicare il significato di “vero, non falsificato” alla personalità che emerge dai contenuti che pubblichiamo sui social come ormai fa chiunque.

Quello che i sedicenti esperti di marketing implicano nei loro consigli è che, se io non racconto l’interezza della mia vita sui social, non sono autentico, e fanno riferimento non solo alla pratica di creare contenuti studiati in base al proprio personal branding ma anche all’omissione di informazioni o momenti all’interno del nostro racconto.

Facciamo un esempio pratico così mi capisci: se su Instagram pubblico delle foto ragionate, con uno sfondo sempre uguale e degli oggetti ricorrenti magari messi in posizioni studiate, questo non è autentico. Se su Facebook pubblico post motivazionali che parlano dei miei successi ma non pubblico mai dei post che parlano dei miei insuccessi, anche lì non sono autentico.

Ecco, io credo che queste siano fregnacce, e prima di approfondire ti faccio una domanda molto semplice: se non lo facessi per lavoro, tu staresti tutti i santi giorni a pubblicare cose sui social? Io posso dirti con certezza che la mia risposta è no: quando non sono sui social per lavoro non li uso in alcun modo, non mi interessa minimamente condividere la mia vita a prescindere, posso al massimo guardare delle belle foto su Instagram mentre faccio la fila alla posta ma questo è quanto.

Cacchio, e quindi? Come la mettiamo con l’autenticità? Ecco, qui è dove sorrido con una certa aria di sufficienza perché penso che, nell’istante in cui usiamo i social media per promuovere il nostro lavoro, quell’idea di autenticità ad ogni costo promossa dai sedicenti esperti di cui sopra decada immediatamente e per chiunque.

È una specie di inception dell’autenticità: se pubblico dei post su qualunque aspetto di me in nome dell’autenticità sui miei canali di lavoro e quei post sono comunque collocati all’interno di una strategia di marketing di cui questa ricerca dell’autenticità fa parte, non è la stessa identica cosa? In che modo studiare un post sui miei successi è meno autentico che crearne uno sul mio insuccesso, se comunque lo sto facendo per mostrare che sono super autentico, e quindi più affidabile, col risultato di vendere di più? Dai su, ridi con me.

Ecco, questa è la prima cosa su cui credo si debba riflettere con onestà. Inizia a farti delle domande e agisci con integrità sulla base delle risposte. Perché sei sui social media? A cosa ti servono e cosa vuoi ottenere con il tuo messaggio?

Nella maggior parte dei casi, se li usi per lavoro, la risposta è che stai cercando di raggiungere un obiettivo. Forse vuoi cementare la tua autorità agli occhi dei tuoi followers, pubblicizzare il tuo blog, raccogliere iscrizioni alla tua newsletter o far conoscere i tuoi servizi, in tutti i casi l’obiettivo finale è quello di far crescere il tuo fatturato e la tua comunicazione sui social media è un mezzo per raggiungerlo.

Se ti impegni a “essere autentica” seguendo i consigli di marketing che hai sentito a destra e a manca, lo fai comunque perché hai letto che funziona di più e l’obiettivo finale è sempre, senza eccezione, far crescere il tuo business.

Non c’è niente di male in questo e io sono convinta che questa recente ossessione per l’autenticità sia più deleteria che altro, perché spesso porta a confondere il messaggio: se per ogni cosa che devo pubblicare sto a spaccare il capello in quattro chiedendomi se sono abbastanza autentica con quel contenuto, ecco che la spontaneità mi saluta allegramente e l’artefatto è dietro l’angolo.

Inoltre trovo che questa idea dilagante parta anche un po’da quel pregiudizio, molto italiano ma non solo, per cui vendere fa rima con imbrogliare: se quindi mi vendo bene, mettendo l’accento sul positivo senza controbilanciare con qualcosa di negativo e spargendo solo bellezza attorno a me, sono necessariamente uno poco trasparente e da qualche parte dovrà esserci sicuramente una fregatura.

Certo, nel caso di qualcuno potrà anche essere così, ma attenzione perché se sto usando la mia vulnerabilità per mostrarmi più autentico e vendere di più sto comunque facendo, inesorabilmente, la stessa cosa: marketing. Che, ricordiamolo, non è una parolaccia.

Tutto questo si installa poi, particolarmente nel caso della nostra nazione, su un sostrato sociale e religioso per cui ci sono anche un sacco di remore e paure legate al successo, nostro e degli altri, ma di questo ti parlerò la prossima settimana perché è un tema estremamente interessante che merita di essere al centro del secondo post di questa serie.

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