I social media e la paura del successo © Giada Carta

[Questo post fa parte della serie social media e autenticità. Puoi leggere gli altri post della serie qui.]

Tra gli esperti di marketing americani, italiani e praticamente di qualunque parte del mondo, dilaga la preoccupazione che parlare troppo del proprio successo sui social sia deleterio: l’idea è che, se faccio vedere alla gente solo cose belle, tutti si sentiranno degli sfigati nel confronto con me, senza capire che quello che mostro non è la realtà.

Ora: se io vivo in un monolocale a Baranzate e su Instagram metto la foto di un hotel a cinque stelle di Dubai spacciandolo per casa mia, beh, siamo tutti d’accordo sul fatto che sia sbagliato e clamorosamente non autentico.

Ma se io davvero ho l’abitudine di viaggiare alloggiando in resort a cinque stelle e andando dal parrucchiere ogni giorno, perché non dovrei mostrarlo o perché dovrei necessariamente controbilanciarlo con il racconto dei momenti in cui ho il raffreddore, i capelli unti e sono tappata in casa?

Una cosa che penso è che, se vogliamo creare un mondo migliore, si debba iniziare a smettere di temere il successo. La reazione tipo che vedo quando qualcuno racconta i suoi insuccessi online è di rilascio della tensione: “Evviva, finalmente hai sbagliato anche tu, ora mi sento meglio!”. Perché preferiamo così spesso vedere la vulnerabilità degli altri e lasciarcene rassicurare, anziché ammirarne il successo e motivarci provando a fare altrettanto bene?

La verità è che ci sono diverse componenti in questa dinamica: la tendenza, soprattutto femminile purtroppo, a fare proprie le aspettative della società, quella a non analizzare i contenuti di cui ci nutriamo con spirito critico, una diffusa mancanza di autostima e spesso, soprattutto in Italia e ancora una volta soprattutto per le donne, anche un sostrato sociale che ci inculca sin da piccoli l’idea che desiderare il successo è male ed è molto meglio vivere nella modestia e nell’accontentarsi.

Nella comunicazione, la responsabilità è al 50% come in ogni relazione che si rispetti. Se io che produco contenuti ho la responsabilità del messaggio che mando al mondo, il mondo a cui lo mando ha la responsabilità di recepirlo.

Il successo è, o dovrebbe essere, un concetto personale e relativo, perciò come utente la mia responsabilità è di filtrare i messaggi che ricevo dai social media riconoscendo come successo ciò che lo è per me, senza farmi turbare dal resto.

Essere una star di Hollywood è universalmente riconosciuto come avere successo, eppure è un tipo di successo che io non vorrei mai per me stessa: non risento quindi del confronto con le star di Hollywood, consapevole del fatto che la loro vita non è la mia e che i loro raggiungimenti non sono ciò a cui aspiro.

Tuttavia, se diventare la prossima Meryl Streep fosse il mio desiderio principale, è molto probabile che seguirei con ammirazione la vita delle star ma, perdio, anziché struggermi nel confronto impari tra me e loro probabilmente mi iscriverei a una scuola di recitazione cercando di accorciare la distanza e userei gli stimoli ricevuti da chi è più avanti di me come ispirazione a migliorarmi.

Se invece sono il tipo di persona che resta ad ammirare il successo degli altri da spettatrice, senza impegnarsi a lavorare per il proprio, è una mia scelta e una mia responsabilità e non vedo perché chi si promuove sui social network dovrebbe preoccuparsi di ricordarmi che accanto al suo successo c’è una lunga e naturalissima serie di fallimenti e momenti no.

Ora forse starai pensando che questa sia un’apologia della perfezione: lungi da me! Non sto assolutamente dicendo che non si debba parlare dei propri fallimenti e dei momenti no (peraltro sono la prima a parlare sistematicamente dei miei, a scopo didattico), ma sto dicendo innanzitutto che non li ritengo vulnerabilità bensì umanità inesorabile: non esiste successo senza fallimenti, ma non raccontarli può essere una scelta comunicativa che non rende necessariamente meno autentico chi la fa e, come adulti, tutti dovremmo dare ormai per scontato che il successo non arrivi a buon mercato ma richieda una buona dose di sbattimento, cadute e fatica.

E sto dicendo inoltre che sta anche agli utenti dei social media decidere come consumare i contenuti e, in questo caso, decidere che atteggiamento avere rispetto ai messaggi di successo: prima smettiamo di farci venire l’ansia da prestazione davanti al successo degli altri, prima iniziamo a pensare che anche noi possiamo raggiungerlo lavorando sull’azione e sulla nostra autostima, e prima il mondo sarà un posto migliore, anche grazie a Internet.

Credo che, in un mondo che ormai è dominato dai social media, imparare a filtrarne i contenuti con spirito critico sia pura e semplice evoluzione naturale, in cui chi si adatta prima sopravvive. Sarebbe quindi forse ora di dare un po’ più di fiducia alla nostra audience da un lato, e di pensare più all’efficacia che a una presunta autenticità nei nostri contenuti dall’altro.

Se lo scopo del mio lavoro è motivare le persone a credere che possono realizzare qualunque obiettivo, è di come ho realizzato i miei obiettivi che devo parlare e sono le storie di successo che devo promuovere, per ricordare alla mia audience che possono essere anche la loro storia.

Quando parlo del fallimento è mio compito farlo in un modo che sia motivante, che non faccia dire alle persone “Ah, ora che so che anche tu sei umana mi rilasso” ma che le spinga ad alzare doppiamente il culo, affrontando quel fallimento e rialzandosi per andare sempre e comunque verso il successo.

Perché, e mi dispiace doverlo ricordare visto che lo trovo così scontato, a nessuno piace fallire, a nessuno piace non riuscire, e per quanto rilassante possiamo trovare allentare la pressione e godere degli insuccessi altrui la verità è che tutti agogniamo il successo e, se ci lasciamo convincere da quest’ondata di “autenticità”, vulnerabilità e apologia dell’insuccesso che ora vanno tanto di moda, stiamo semplicemente accettando di mollare un’altra volta e di deludere prima di tutto noi stesse.

Senza confondere autentico con mediocre quindi resta il fatto che, come dicevo prima, il successo è qualcosa di molto soggettivo: il nostro compito, sia come utenti che come professionisti sui social media, è prima di tutto quello di trovare la nostra voce, creando le nostre regole e vivendo di conseguenza.

Questo è un tema che mi è molto caro e che si merita in pieno di essere il protagonista del terzo post di questa serie. Se non vuoi perdertelo, inserisci i tuoi dati qui sotto per riceverlo dritto dritto nella tua casella di posta!

28 Condivisioni