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Il femminismo oggi

Qualche tempo fa si è fatto un gran parlare della rivoluzione operata dalla Mattel sulle Barbie quando l’azienda ha deciso di aggiungere alla gamma di bambole più famosa del mondo tre nuove tipologie di corpi alti, formosi e minuti. All’epoca le mie conoscenze sui social si sono divise tra chi acclamava questa scelta e chi la condannava trovandola una pura operazione di marketing utile solo a vendere di più.

Personalmente mi sono trovata un po’ infastidita dalla seconda posizione e in questo post vorrei spiegarti perché e parlarti un po’ di cosa significa davvero, per me, essere femminista oggi e fare la differenza lungo la strada verso i diritti delle donne che, ahimè, è ancora lunga.

Sempre più per me il femminismo si configura come il pensiero della differenza intesa come l’importanza di dare valore alle differenze di genere, eppure spesso ho la sensazione che molti lo vivano come un andare contro per principio, cosa che generalmente spaventa gli uomini e rende le donne arrabbiate: tornando alla Mattel, per esempio, c’è chi si è arrabbiata ritenendo che l’azienda abbia lucrato sulla battaglia per eliminare gli standard di bellezza che ci vengono costantemente imposti.

Io parto dal presupposto che la Mattel è un’azienda e come tale ha lo scopo di guadagnare, altrimenti sarebbe una ONLUS: credo che la cosa significativa a prescindere dalle intenzioni dietro questa modifica nel suo prodotto di punta sia l’evidenza che questa diversificazione nei corpi vende.

Vuol dire che sempre più famiglie stanno prendendo coscienza dell’importanza di non omologarsi al concetto di bellezza vigente, e che la bambola più usata del mondo venga modificata per accontentare questo tipo di consumatori è una vittoria a prescindere dai soldi che l’azienda ci fa, perché sono loro ad essersi omologati (sebbene per vendere) a un pensiero che finalmente sta cambiando.

Penso che la rabbia nel femminismo sia ancora importante come motore delle azioni piccole e grandi che possono portare a un cambiamento, ma che non debba essere il filtro con cui viene letta ogni cosa che riguarda le donne o la differenza di genere.

Ad esempio, qualche tempo fa ho scritto questo post dal titolo volutamente provocatorio che, come prevedevo, ha suscitato qualche reazione indignata del tipo “ma come, tu che sei femminista parli di palle anziché di ovaie o di utero?”.

Si, perché dal mio punto di vista si deve smettere di attribuire certe caratteristiche a un genere piuttosto che a un altro ma il linguaggio è solo la punta dell’iceberg e io ho scelto una battaglia diversa e a mio parere più profonda che ha a che fare con le radici degli stereotipi anziché con la loro manifestazione.

Ad esempio, la capacità di prendere una posizione coraggiosa e mantenerla a dispetto di qualunque cosa richiede una fermezza ritenuta spesso maschile, mentre piangere è un’azione guidata dalla propria emotività ritenuta tipicamente femminile.

Se indubbiamente è vero che a livello biologico l’umore degli uomini tende a essere più stabile grazie al livello di testosterone sempre costante nei loro corpi mentre noi donne siamo più cicliche per i mille ormoni che si avvicendano dentro di noi nel corso delle settimane, questo non significa che non sia possibile per i due generi muoversi liberamente tra i comportamenti e i tratti caratteriali ritenuti comunemente femminili e maschili, che io peraltro preferisco definire Yin e Yang.

Ecco, io credo che la vera stronzata non sia tanto attribuire a un atteggiamento un carattere maschile o femminile quanto pensare che ciò che si classifica come maschile e femminile (e si riflette di conseguenza nel linguaggio, che però è un sintomo e non la malattia) non possa coesistere in maniera equilibrata dentro ogni essere umano a prescindere dal sesso, che per me sarebbe il punto d’arrivo.

Quindi non mi scompongo se qualcuno quando dimostro fermezza e coraggio mi dice che sono una donna con le palle perché con questo termine si è arrivati a identificare questi attributi, mi scompongo molto di più quando qualcuno si stupisce che io possieda il set di caratteristiche comunemente definito come palle “anche se” sono una femmina.

Credo che incaponirsi sul linguaggio sia utile ma credo anche che, in questo momento storico, sia una perdita di tempo.

Per me si può continuare a scrivere tutti al plurale anziché usare orrendi asterischi e scrivere tutt* o tutt@ (che poi, come dovrei leggerle queste due parole?) se poi vivo in un mondo in cui posso scegliere liberamente cosa fare della mia vita e del mio corpo, senza che il mio genere sia determinante in questo e senza che nessuno si permetta di sindacare a riguardo.

Trovo inutile indignarsi per le Barbie o il linguaggio quando ancora siamo in alto mare su temi come l’interruzione di gravidanza, la violenza domestica, la maternità e l’imposizione di canoni estetici folli e ancora i nostri corpi sono un tema bollente: insomma, ditemi pure che ho le palle anziché le ovaie se volete, purché non mi impediate di esercitare il mio potere personale come qualunque altro essere umano.

Nel nostro paese siamo in un momento in cui certi diritti sono acquisiti solo in teoria ed è fondamentale consolidarli nella pratica passo dopo passo: la politica fatta nei palazzi è incurante e inefficace perciò credo che l’unica via per il cambiamento sia quella dell’esempio quotidiano e dei piccoli gesti che costruiscono abitudini condivise.

Parlo di fare rete tra donne, sviluppare rapporti di amore e confidenza coi nostri corpi, boicottare in favore della coppetta mestruale gli assorbenti nei cui spot sembriamo una manica di idiote che quando hanno le mestruazioni non desiderano altro che fare paracadutismo e vestirsi di bianco, non accettare più che altre donne ti guardino con un misto di pena e condiscendenza dicendo “non puoi capire perché non hai figli” quando dici che non ne vuoi, dimostrare con le proprie azioni e le proprie vite che ciò che viene comunemente letto come maschile o femminile può essere di tutti se la società cambia.

E il cambiamento vero non parte da un’ utopistica ONLUS Mattel che cambia le bambole senza volerci guadagnare né dal dire ovaie al posto di palle ma parte da ogni individuo, da ogni donna che trova sexy un uomo che fa le faccende di casa, da ogni madre che non annulla la propria vita perché ora ha un figlio di cui occuparsi, da ogni padre che si occupa dei propri figli e insegna loro a prescindere dal genere a rispettare le persone e la loro diversità in ogni forma, da ogni uomo che accetta che non c’è niente di male a sentirsi e dimostrarsi fragili a volte, da ogni donna che non ha paura di reclamare il proprio potere anche se questo scontenta qualcuno.

Secondo me quindi c’è ben altro da fare che incazzarsi per Barbie o fare la morale a chi parla di palle invece che di uteri: della diversità dei corpi che diventa un trend c’è solo da gioire a prescindere dai soldi che può farci un’azienda, perché ora c’è nel mondo uno strumento in più per educare i bambini al pensiero della differenza, e il linguaggio se serve a smuovere le coscienze funziona persino se è sessista, purché mandi i messaggi giusti.

Femminismo, per me, è riconoscere le differenze tra i generi senza che queste determinino uno squilibrio nel potere da una parte o dall’altra, senza demonizzare niente e nessuno ma lavorando perché chiunque sia libero: di esercitare il proprio potere, di parlare come vuole, di fare ciò che crede con il proprio corpo.

E tu, cosa ne pensi?