Asocial Media Masterclass
Come avere un business online di successo senza usare i social media, o usandoli pochissimo.
Leggi la trascrizione di questo episodio
Bonjour, eccoci qui in una nuova puntata di Opinioni, oggi parliamo di social media: delle aspettative che abbiamo su di essi, di come li usiamo e di come possiamo gestire meglio il nostro rapporto con questi strumenti.
Come sempre, ti lascerò un po’ di domande da farti per aumentare la tua consapevolezza su questo tema attraverso le risposte che ti darai, ma nel corso di quest’episodio punto soprattutto a portare la tua attenzione sulla tua responsabilità nell’uso dei social media perché, come vedremo, spesso è un tassello mancante della nostra relazione con loro: ci affrettiamo a dare loro la colpa di molte situazioni, senza prenderci la nostra parte di responsabilità rispetto a quelle situazioni.
Iniziamo con quella che secondo me è sempre la domanda più importante e radicale: cos’è un social media per te?
Molte persone trattano i social media come se fossero un servizio pubblico, ma non lo sono. I social media sono aziende private, il cui scopo principale è fare profitto. Punto.
Questo significa che le decisioni che prendono sono logicamente guidate da interessi e scopi commerciali, non di certo da un amore per il bene comune. Perché mai, quindi, abbiamo nei confronti dei social aspettative simili a quelle che avremmo per un servizio pubblico?
Pensiamo a Facebook e Instagram che sono parte di Meta, azienda di prorietà di uno degli uomini notoriamente più stronzi del pianeta.
Molti si aspettano che Zuckerberg e il suo team gestiscano la piattaforma con una responsabilità sociale simile a quella di un governo, ma questa è un’aspettativa del tutto irrealistica e ingenua.
Zuckerberg non è un ente pubblico e non è un governante; è il CEO di una grande azienda privata. E constatare questa cosa ovvia non ci può indignare come se Zuckerberg fosse un serial killer.
Lui è quello che è, ed è sempre stato coerente con se stesso: è uno che ha venduto i nostri dati a Cambridge Analitica permettendo che fossero usati per influenzare elezioni democratiche, uno che ha deliberatamente ignorato il fatto che certi contenuti spingessero gli adolescenti a deprimersi e sviluppare disturbi alimentari perché i dati dimostravano che quegli stessi contenuti erano quelli che generavano per lui più profitto, uno che quando c’erano i democratici al potere ha fatto inserire su instagram la funzione per indicare i propri pronomi e ora che ci sono i repubblicani ha eliminato il fact checking perché cambia allineamento come una banderuola al vento per beneficiare il più possibile della benevolenza del governo di turno.
Insomma, Zuckerberg ha ampiamente dimostrato di essere una persona votata puramente al guadagno economico: quindi perché ci aspettiamo di cavare sangue da una rapa lamentandoci delle sue azioni e suggerendo che dovrebbe cambiare comportamento, inneggiando al fatto che siccome i social sono diventati preponderanti nella nostra cultura dovrebbero preoccuparsi loro della tutela delle persone che li usano?
Lo ribadisco: i social non sono un servizio pubblico, né sono tenuti a esserlo o a tutelare il pubblico: quella è una funzione che, almeno in teoria, nell’ordine politico vigente spetterebbe allo stato.
Perché ci aspettiamo quindi che siano le aziende stesse a tutelarci, invece di aspettarci quella tutela dai governi, che sono gli organismi ufficialmente preposti a tale scopo, quantomeno sulla carta?
E se portiamo l’attenzione su di noi e ci facciamo un esame di coscienza, cosa facciamo davanti a situazioni, come quelle che ho portato negli esempi precedenti, nelle quali l’azienda si comporta in un modo che non ci piace?
Normalmente se un’azienda non ci piace evitiamo di darle dei soldi, giusto? Ad esempio, se so che Shein produce i propri prodotti infischiandosene dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori e non approvo, evito di comprare da shein, giusto?
Perché quindi ai social media non riserviamo lo stesso trattamento? perché continuiamo a lamentarci della scarsa etica di chi possiede instagram, ma poi continuiamo a stare su instagram?
Siamo consapevoli del fatto che solo stare su instagram col nostro profilo, anche senza pagare per sponsorizzarlo, genera comunque un profitto per quell’azienda perché chi sceglie di pagare Meta per fare delle sponsorizzazioni lo fa anche perché noi siamo lì, col nostro profilo, a consumare quei contenuti?
Attenzione: ci tengo a fare presente che non sto dando un giudizio del tipo “ah, bisognerebbe boicottare Meta smettendo di fare le ads e smettendo di stare sui suoi social perché sono brutti e cattivi” (tanto più che io le ads a pagamento per il mio business le faccio!): il punto di questo discorso e dei miei esempi è portare all’attenzione l’ atteggiamenteo incoerente che spesso ci troviamo ad avere, e il modo in cui ci approcciamo ai social, che spesso trattiamo in modo molto diverso da altre aziende nel nostro percepito.
Poi c’è il tema della relazione dei social media con la politica: l’idea condivisa e comunicata, quantomeno sui miei feed, sembra essere che i social dovrebbero mantenersi estranei alla politica: dovrebbero rimanere super partes, e non fare niente per assecondare una parte politica o l’altra.
Prima di passare oltre devo premettere che io sono una persona con idee principalmente considerate di sinistra, le mie amiche e le mie clienti tendenzialmente condividono la mia stessa parte politica, e quindi i feed dei miei canali social sono tendenzialmente popolati da opinioni afferenti ad essa.
con l’insediamento di Donald Trump come 47esimo presidente degli Stati Uniti il mio feed di Instagram si è trasformato in un tripudio di indignazione scatenata dall’allineamento palese di Zuckerberg al nuovo governo, tradottosi ad esempio nello smallentamento dei propri progetti di diversità e inclusione o nell’eliminazione del fact checking.
Tutti gridavano allo scandalo, dando a Zuckerberg del fascista e insultandolo per come si è piegato ai desideri della politica, perché invece i social dovrebbero essere liberi eccetera eccetera.
È molto interessante per me notare come questa indignazione si scateni però solo quando i proprietari dei social fanno cose che non ci piacciono: per esempio, quando in passato Zuckerberg si è allineato al pensiero della “sinistra” americana non ho mai sentito nessuno lamentarsi: non ho visto nessuno comparire nel mio feed per protestare quando Meta ha implementato politiche per la DEI, o quando ha aggiunto i pronomi al profilo Instagram, azioni altrettanto schierate politicamente.
Quindi pretendiamo davvero dai social media che siano organismi super partes che non si schierano con nessuna parte politica, oppure in realtà quello che vogliamo è che si schierino con la nostra parte politica?
Anche qui, il punto non è dare un giudizio: nessuna di queste due cose è meglio o peggio dell’altra, l’importante però è essere consapevoli di quello che davvero vogliamo e di quello che davvero ci indigna.
Un’altra questione riguarda la demonizzazione degli algoritmi dei social media, soprattutto da parte di chi li usa per lavoro (o per attivismo, che comunque grazie ai social è diventato per molti un lavoro, ma questa è un’altra storia che ho in serbo per un altro episodio di questo podcast – spoiler!).
Molte persone si lamentano continuamente del fatto che questi algoritmi ci rendono più stupidi, che ci chiudono in bolle di filtraggio che ci impediscono di scegliere e di vedere una varietà di contenuti, il che è notoriamente vero, ma se ne possiamo parlare e ce ne lamentiamo è perché conosciamo il meccanismo.
Quindi, se siamo consapevoli di come funzionano gli algoritmi, perché continuiamo a prestarci ad essi nello stesso modo? E, soprattutto, di chi è la responsabilità se passiamo ore sui social media ogni giorno… é al 100% dei social media o è anche nostra?
Di nuovo, il punto non è giudicare, ma restituirci la nostra responsabilità: i social media hanno un impatto profondo sulle nostre vite e sulla nostra cultura, e chi li possiede non ha alcun interesse a lavorare affinché questo impatto cambi in una direzione più favorevole al nostro benessere come persone, perché ciò che ci farebbe andare in quella direzione toglierebbe ai proprietari parecchio profitto.
Per questo è importante prendere saldamente in mano saldamente la nostra parte di potere quando si tratta di come usare questi strumenti.
Da questo punto di vista un altro tema assai problematico è quello dell’informazione.
Abbiamo altissime aspettative di informazione nei confronti dei social: li Trattiamo come autorità, come enti di informazione. Leggiamo qua è là cose, spesso prive di fonti e di contestualizzazione, e vogliamo sentirci informati.
Lla mia bolla di sinistra ad esempio si indignò moltissimo quando Zucky annunciò che avrebbe limitato la visibilità dei contenuti a tema politico, e si lamenta spesso del fatto che non mostrino abbastanza notizie,, con mia grande perplessità, perché i social media non sono né testate giornalistiche né agenzie di stampa.
Sono ottimi per la condivisione rapida di informazioni, ma non sono progettati per offrire un’informazione autorevole di qualità e approfondita.
Il problema sta nel concetto di informazione che abbiamo maturato. Cosa significa per te essere informata o informato? Nel passato, l’informazione era limitata ai giornali, alla televisione e a poche altre fonti. Oggi, con l’avvento dei social media, c’è un flusso continuo di notizie e opinioni.
Questo può essere disorientante e rendere difficile distinguere tra informazione di qualità e semplice rumore. Ma la vera domanda è: perché ci aspettiamo che i social media siano la nostra principale fonte di informazione?
Anche perché qui non si tratta di criticare in toto la qualità dell’informazione erogata dai social. In realtà, di contenuti e creator ottimi ce ne sono anche; il punto è che chi crea questi contenuti quasi sempre lo fa per nutrire un suo progetto divulgativo o commerciale o, più semplicemente, per seguire i suoi ideali e desideri. Cioè, non lo fa per per erogare un servizio pubblico di informazione non indirizzato, neutrale e privo di secondi fini.
In questo contesto, siamo noi a dover creare o migliorare la qualità della nostra informazione. A scegliere con consapevolezza e senza farci trasportare dai trend.
Perciò, ti invito a chiederti: come posso prendere responsabilità anche su questo per migliorare la qualità della mia informazione?
Quanto delle informazioni di cui dispongo viene dai social media e come posso smettere di appaltare la gran parte della mia informazione ad essi?
E come posso diversificare le mie fonti per avere una visione più completa?
Un altro aspetto importante infatti è la polarizzazione delle informazioni sui social media. Gli algoritmi tendono a mostrarci contenuti che confermano le nostre opinioni, creando delle vere e proprie bolle. Sguazzando in queste bolle, pensiamo di aver capito tutto e di avere sempre ragione.
Addio, quindi, a qualsiasi forma di ragionamento indipendente e al dialogo costruttivo. La bolla mi dice già tutto e mi fa sentire super intelligente, non ho bisogno né di approfondimento, né di confronto.
Questo porta a una visione distorta della realtà e aumenta la polarizzazione sociale.
E cosa si fa? Si criticano i social media per il modo in cui creano e alimentano queste bolle, ma la verità è che spesso ci piace starci dentro e sta a noi uscirne e cercare attivamente contenuti diversi.
Un suggerimento potrebbe essere quello di seguire attivamente anche fonti che rappresentano punti di vista opposti ai nostri.Io per esempio consumo sistematicamente contenuti di informazione e opinione afferenti a parti politiche diverse dalle mie e addirittura opposte alle mie, vado a leggere i contenuti di politici con cui non sono d’accordo e i relativi commenti, proprio per ricordarmi che esistono realtà diverse dalla mia.
E lo faccio con mente aperta, non con un senso di superiorità e l’idea di denigrare le persone che commentano e apprezzano quei punti di vista così diversi dai miei.
Sono abbonata a Groundnews, un servizio che diffonde su ogni argomento tutte le news possibili da ogni parte del mondo, così posso esplorare l’argomento da ogni possibile punto di vista, non solo da quello dei media italiani schierati dalla parte del mio pensiero (in realtà di media italiani schierati col mio pensiero non ne esistono, ma anche questa è un’altra storia).
Per ritrovare oggettività e realismo è importante chiedersi: In quale bolla mi trovo? Quanto mi sforzo di cercare informazioni al di fuori della mia bolla?
Un altro aspetto importante del nostro rapporto coi social media è la moralizzazione dell’informazione.
Spesso sentiamo dire che essere informati è un dovere morale, che dobbiamo sempre sapere cosa sta succedendo nel mondo. Secondo questa visione, la persona informata non solo viene considerata più consapevole, ma le viene conferito anche un valore morale ed etico.
Chi si informa su tutto, chi sa tutto, è una persona migliore delle altre. Ma questo è realistico? Cioè, davvero dobbiamo sentirci in colpa se non siamo informate su tutto, è possibile? Presta molta attenzione a questo aspetto perché io mi sono accorta che flagella molte persone e sinceramente mi sembra tutto molto assurdo.
Non è sostenibile sentirsi addosso anche questo peso e non è sano vivere anche questo senso di colpa. Chiediti con onestà? ti senti in colpa se non ti aggiorni costantemente su tutte le notizie, ed entri in un tunnel di ninfomania, cercando ossessivamente cose sui tuoi profili di informazione preferiti sui social che poi si nutrono di questo? E come potresti uscire da questo senso di colpa?
Infine, c’è la questione della necessità di avere un’opinione su tutto.
I social media ci spingono a esprimerci su ogni argomento, creando una pressione costante a prendere posizione.
Io direi anche basta! È asfissiante vedere persone che a tutti i costi si sentono in dovere di diventare esperte della qualunque.
Così, la dispersione e la confusione informativa aumentano e davvero non si capisce più niente.
A volte ad esempio mi è stato chiesto perché non avessi espresso pubblicamente un’opinione sui fatti di attualità trendy del momento, come se fosse un obbligo farlo solo per il fatto di avere un profilo su un canale social.
Perché ormai coltiviamo l’idea che chi ha una presenza social debba a tutti i costi esprimere un’opinione sui trend topic del momento (cioè gli argomenti di attualità che sono in voga al momento), anche se non è un esperto di quel tema e come se non schierarsi ci rendesse persone peggiori?
Per fortuna io ho una community abbastanza illuminata e non è mai capitato direttamente a me, ma ho diverse clienti che fanno le influencer e che sono state tacciate di essere menefreghiste e insensibili solo perché, ad esempio, non hanno parlato sul loro profilo del genocidio in corso a Gaza o della situazione delle donne in Afghanistan dopo il ritiro delle truppe statunitensi, come se il non esprimersi su un tema nello spazio dei social indicasse necessariamente un disinteresse nei confronti di quel tema.
Ma che ne sappiamo dei discorsi che quella persona seguiamo sui social fa a casa sua, di quello che sente e pensa e del suo contributo concreto ad una causa? Magari su una questione ci ragiona tutto il giorno ma non le va, tanto per seguire una tendenza del momento, di condividerlo su Instagram perché preferisce lasciare spazio a persone davvero esperte.
Oppure, io per esempio su un argomento spesso non ho una posizione ancora sviluppata. O può essere che io non abbia un’opinione e si, colpa delle colpe, che non mi interessi niente di quella cosa. E si, succede, ed è umano, perché il nostro cervello non è progettato per avere un’opinione e un interesse su ogni singolo aspetto del mondo.
A te capita di sentire l’obbligo a esprimere un’opinione su ogni argomento? E come potresti liberarti da questa pressione e concentrarti su ciò che è veramente importante per te?
Per concludere, credo che sia di fondamentale importanza riportare l’attenzione sulla responsabilità personale nell’uso dei social media, che è alla base di tutti i ragionamenti che ho condiviso con te oggi.
Lamentiamoci pure dei social media se ci fa sentire meglio, ma non dimentichiamoci mai che siamo noi a decidere come e quanto usarli.
Quanto tempo passiamo sui social ogni giorno? Se volessimo, potremmo usare quel tempo in modo più consapevole e produttivo.
I social media sono strumenti potentie si, sono mediamente gestiti da stronzi che hanno a cuore il profitto invece del bene dell’umanità, ma la responsabilità del loro uso ricade su di noi.
Dobbiamo essere consapevoli delle nostre aspettative, delle nostre abitudini e del modo in cui ci informiamo. Assolutamente si può prendere il controllo del nostro rapporto con i social media.
Grazie per avermi ascoltata fin qui. Spero che questa puntata ti abbia dato un po’ di spunti di riflessione su come gestire al meglio le tue aspettative e il tuo uso dei social media, e se lavori in proprio come me e vuoi sapere come minimizzarne l’uso per la tua attività ti aspetto nella mia masterclass gratuita Asocial media!
In questa masterclass inizierai a scoprire come rendere il tuo business indipendente dai capricci degli algoritmi di turno, e come creare un ecosistema di comunicazione che ti permetta di portare il tuo business al successo senza bisogno di passare ore sui social.
Puoi iscriverti dal link che trovi nella pagina da cui stai ascoltando questo podcast: ti aspetto lì o, se un business non ce l’hai, nel prossimo episodio di Opinioni!
Ringrazio per i primi dodici episodi di questo podcast la mia preziosa amica e collega Manuela Limonta, che mi ha aiutato a portare fuori i ragionamenti che condivido con te.

Grazie per questo podcast interessante Giada. Non ho mai usato i social per seguire le news del momento. E adesso che ho ridotto l’utilizzo di essi, leggo notizie solo dai giornali gratuiti quando mi va. Non sento la necessita’ di informarmi su tutto, e di ingombrare il cervello come appunto dicevi. Inoltre mi trovo ad essere piuttosto fragile in questo periodo dal punto di vista sia fisico che mentale percio’ concentro tutte le mie energie su cio’ che mi fa stare bene per esempio contenuti di valore come questo podcast o letture che stimolino la mia mente critica e creativa.
Un episodio sul panorama mediatico/ giornalistico in Italia sarebbe interessante. Vivo a Londra da quasi 10 anni ma trovo che i media hanno un potere molto piu’ forte sulla popolazione italiana che non su quella inglese (nel senso di manipolazione delle masse, polarizzazione di opinioni, terrorismo psicologico) ma forse questa e’ la mia impressione. Ascolto ogni puntata di Opinioni con grande interesse:)
Ciao Melissa, sai che sono d’accordissimo con te per quanto riguarda i media italiani? È una cosa che ho notato moltissimo soprattutto durante la pandemia, dal momento che io l’ho vissuta in Spagna e quindi ho avuto modo di notare le grandi differenze comunicative tra un paese e l’altro. E in effetti è una cosa che ha senso anche considerato il panorama mediatico italiano, proprio per come è strutturato purtroppo; mi segno questo argomento per le prossime stagioni del podcast e vediamo se un giorno arriverà il suo momento eheheh! Nel momento mi dispiace sapere che è per te un momento un po’ difficile, ti mando un grande abbraccio e spero che tu stia presto meglio! 🙂
Brava! Condivido tutto, tutto, tutto quello che hai espresso in questa Opinione
Grazie Rosa Maria, sono felice che tu abbia apprezzato! 🙂