Archetiquiz
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Eccoci in una nuova puntata di Opinioni che ritengo necessaria: oggi infatti parliamo di spiritualità, un termine che ultimamente viene abusato e appiccicato ad ogni sorta di fuffa superficiale e su cui mi piacerebbe invece portarti a fare una riflessione un po’ più approfondita.
In questo episodio ti dirò anche cos’è la spiritualità per me, ma come sempre non mi interessa con questo darti una visione del tema che ritengo definitiva, vorrei piuttosto che partendo dai miei spunti ci riflettessi tu e che arrivassi tu alla tua idea, anche perché importene una è quanto di più distante proprio dal mio concetto di spiritualità.
Partiamo dalla domanda fondamentale: cos’è la spiritualità? Perché dovremmo preoccuparci di coltivare una dimensione spirituale nella nostra vita? E soprattutto, perché una connessione con lo spirito può essere così importante per tutti noi?
Molte persone mi dicono: “Io non sono una persona spirituale”, ma io credo che la spiritualità per l’essere umano sia inevitabile.
Non possiamo non avere una relazione con quella parte di noi che io chiamo sacro, non possiamo non avere una relazione con qualcosa di più grande di cui siamo parte, e non è in dubbio che siamo parte di qualcosa di più grande, ce lo insegna la fisica, anche se poi sta a noi scegliere come etichettare e chiamare quel qualcosa: io ad esempio lo chiamo spesso Sacro, molti lo chiamerebbero Materia e Antimateria, altri ancora lo chiamerebbero Dio, ma si tratta di nomi diversi a definizione della stessa cosa.
Anche quando diciamo di non crederci, anche quando lo neghiamo, quella relazione con questa cosa continua ad esistere, e spesso la liquidiamo definendoci persone non spirituali perché non sappiamo descrivere il nostro rapporto con questa dimensione, o non ci abbiamo mai pensato davvero, oppure, più facilmente, non ne abbiamo una nostra definizione.
Osserviamo alcuni ambiti comunemente considerati “spirituali” e non ci ritroviamo in essi, quindi, eliminiamo la parola dal nostro vocabolario: del resto se anche io associassi la parola “Spiritualità” solo a quelli che dicono di parlare coi delfini di Atlantide, o a quelli che attaccano l’aggettivo “quantico” a ogni cretinata pur di vendertela, nemmeno io mi riterrei una persona spirituale.
Il fatto che ci sentiamo lontani da una certa narrazione legata alla spiritualità però non vuol dire che in generale non la viviamo; più facilmente, forse, usiamo altre parole per descrivere alcuni aspetti esistenziali.
Quindi la prima domanda che ti pongo è: cos’è per te la spiritualità? Quando usi questa parola a cosa ti riferisci, e quando la senti usare cosa fa scaturire dentro di te, e a cosa la associ?
Per me, spiritualità è prendersi cura della relazione tra la nostra essenza e il modo in cui quella essenza è parte di qualcosa di più grande.
Sperimentare questa relazione è inevitabile, perché se guardiamo alle leggi della fisica, siamo tutti parte di un’unica energia più grande, siamo tutti parte dell’universo, siamo tutti fatti della stessa materia che si riorganizza diversamente di momento in momento: quindi, quella connessione è inevitabile, perché fisicamente il mondo funziona così.
Quando parliamo di spiritualità, spesso confondiamo il mezzo con il fine. Molte pratiche spirituali, come lo yoga o la meditazione, sono diventate strumenti per migliorare la nostra vita quotidiana.
Ma queste pratiche non sono state create per farci diventare persone migliori nel senso performativo del termine.
Lo yoga, ad esempio, serve a essere presenti nel qui e ora, a spegnere i moti disturbanti della mente per avvicinarci a questa energia universale, non per diventare la versione migliore di noi stesse, per fare sport o per avere la pancia piatta.
Oltre alle persone di cui parlavo prima che si dicono non spirituali, ne conosco molte che si ritengono super spirituali proprio perché si dedicano a millantamela di queste pratiche, ma poi non si avvicinano di un millimetro a sperimentare una connessione autentica con se stesse e con il Sacro, perché quelle pratiche diventano solo l’ennesima casella da spuntare nella check-list della corsa a essere migliori, e aderenti allo standard preconfezionato di “persona spirituale” che il turbocapitalismo ci ha regalato.
Una cosa su cui interrogarsi con costanza quindi è quanto delle pratiche a cui ci dedichiamo considerandole spirituali sono realmente connesse con la nostra essenza e con una ricerca di connessione con qualcosa di più grande, e quante sono invece strumenti, mezzi per avvicinarci a uno standard che non ci siamo dati noi e su cui non abbiamo riflettuto più di tanto?
La risposta a questa domanda per me determina la distinzione tra spiritualità autentica e fuffa.
La spiritualità autentica per me è quella tendenza ad indagare la connessione tra noi e ciò che io chiamo il Sacro, la ricerca che facciamo per conoscere chi siamo e chi siamo in relazione a quel qualcosa di più grande.
La spiritualità fuffa, invece, è quella che ci fa sentire bene a breve termine senza un vero lavoro interiore. È una spiritualità di consumo, dove ci affidiamo a guru, metodi preconfezionati e rituali superficiali senza realmente indagare dentro di noi.
Quindi, la prossima domanda è: come puoi distinguere tra pratiche spirituali autentiche e fuffa? E quali esperienze hai avuto in merito?
Un’altra riflessione importante riguarda il ruolo delle comunità spirituali.
È ovvio che, quando ci avviciniamo a un guru o a una scuola di pensiero, seguiamo un percorso, dei riti o delle procedure che ci fanno sentire parte di qualcosa di più grande.
Questo può essere rassicurante, ma spesso ci allontana dal vero lavoro interiore. Ci fa sentire migliori perché stiamo seguendo un percorso, ma non stiamo realmente indagando la nostra connessione con il divino. Quindi, chiediti: quanto la tua spiritualità è influenzata dal desiderio di appartenenza, di appartenere ad una comunità? E come puoi bilanciare questo desiderio con una ricerca spirituale autentica?
Soffermiamoci un attimo ancora sulla spiritualità performativa.
Spesso, nella nostra cultura occidentale, tendiamo a misurare il nostro valore in base ai risultati: privilegiamo l’aspetto quantitativo, numerico, vogliamo misurare e valutare ogni ambito della nostra vita.
E ciò avviene anche con la spiritualità. Cerchiamo di diventare la versione migliore di noi stessi, di produrre maggiore spiritualità. Ma la vera spiritualità non è performativa, non è orientata al risultato. È un viaggio interiore, una ricerca costante.
Quindi, rifletti su questo: quanto la tua spiritualità è orientata ai risultati? E come potresti, invece, spostare il focus verso una ricerca più autentica, che non ha aspettative se non quella di continuare a essere ricerca?
Un altro aspetto cruciale è che spesso c’è una dipendenza dagli strumenti spirituali.
Possiamo usare cristalli, tarocchi, altari, archetipi e rituali, ma non dobbiamo mai confondere questi strumenti con la spiritualità stessa.
Ci possono aiutare nel percorso, certo, magari lo agevolano, ma rimangono comunque dei mezzi, non sono il percorso.
Se diventiamo dipendenti dai mezzi, creiamo dei feticci esterni a noi, perdiamo di vista il vero obiettivo, che è la connessione con il Sacro.
Spesso, inoltre, questa ricerca ossessiva dello strumento porta a una ricerca di ciò che è spirituale in culture diverse dalle nostre e rischia di renderci preda di facili raggiri e di danneggiare le comunità in cui le pratiche si sono originate.
Se per foraggiare la moda dei ritiri di ayuahuasca servono così tante piante che la monocoltura della pianta genera deforestazione nei suoi luoghi di provenienza, partecipare a questi ritiri in Europa o negli Stati Uniti è davvero una pratica spirituale?
Mi serve davvero fare la cerimonia col cacao importato dalla Colombia, oppure se proprio ho bisogno di un rituale per facilitare la connessione con me stessa posso impegnarmi a scoprire cosa resta dei nostri rituali autoctoni sotto il sincretismo con la cristianità?
Se continuiamo a saltare da una cerimonia del cacao a una dell’ayahuasca a un ritiro di yoga in Papuasia stiamo davvero compiendo una ricerca interiore e sviluppando una connessione col Sacro, o stiamo piuttosto saltellando da un’esperienza trendy all’altra facendo ben attenzione a non guardare davvero in faccia noi stessi?
La spiritualità è un viaggio diretto dentro di noi in quanto parte di quel Sacro, non può dipendere da uno strumento esterno o da rituali esotici senza i quali quel viaggio si interrompe.
Quindi è importante chiedersi: quanto sono dipendente dagli strumenti spirituali? E come posso coltivare una connessione più diretta con il sacro?
Ora vorrei parlare del linguaggio della spiritualità. Spesso usiamo parole come “sacro”, “divino”, “anima”, “spirito” in modo intercambiabile, ma ognuna di noi ha una propria interpretazione di questi termini, un proprio significato.
Perciò, è importante che ogni persona individui il proprio vocabolario e lo coltivi con consapevolezza, scegliendo e definendo in modo chiaro le parole da utilizzare, senza scopiazzare qua e là.
Per me, il Sacro è quel qualcosa di più grande di cui ognuno di noi è una piccola scintilla, ma per te potrebbe essere qualcosa di diverso, e quel qualcosa è importante che sia definito da te.
Quindi, ti invito a riflettere su questo: quale parole usi per descrivere la tua dimensione spirituale? E come puoi trovare un linguaggio che rispecchi autenticamente la tua esperienza spirituale?
Mi soffermo ancora un attimo sulla tendenza a ricercare la spiritualità fuori di noi. Ne parlavo poco fa in relazione agli oggetti che utilizziamo nella spiritualità, ma ora vorrei allargare l’osservazione a tutte le esperienze esterne che confondiamo con la spiritualità in sé.
Spesso cerchiamo all’esterno ciò che possiamo trovare solo dentro di noi. Facciamo corsi, leggiamo libri, seguiamo guru; tutto può essere utile e può darci degli strumenti ma non dobbiamo dimenticare che la vera spiritualità è una ricerca interiore.
Io non devo avvicinarmi allo strumento esterno, ma utilizzare lo strumento esterno per avvicinarmi a me. Quindi, prova a chiederti: quanto della tua ricerca spirituale è rivolta all’esterno? E come puoi iniziare a coltivare una spiritualità più interiore?
Vorrei ora affrontare il tema del rapporto tra la spiritualità individuale e la collettività.
La spiritualità autentica non è solo una ricerca personale, ma ha anche un impatto sulla collettività. Noi facciamo parte, siamo parte, di questa collettività, quindi, i nostri percorsi personali non riguardano mai solo la nostra vita, solo noi stesse, ma inevitabilmente hanno anche delle conseguenze, positive o negative, sulla collettività.
Per esempio, quando siamo profondamente, e veramente, connesse con il Sacro, agiamo in modo più etico e responsabile, influenzando positivamente chi ci circonda; viceversa, disconnettendoci dalla consapevolezza di essere parte di un mondo più grande di noi che condividiamo, ci dimentichiamo che fare un torto a qualcuno o qualcosa in quel mondo è fare un torto a noi.
Quindi, ti invito a farti queste domande: in che modo la tua spiritualità personale influisce sulla collettività? E come potresti contribuire al benessere collettivo attraverso la tua pratica spirituale?
Un’altra riflessione che ti voglio portare riguarda il rapporto tra spiritualità e benessere.
Spesso ci avviciniamo alla spiritualità per cercare benessere: vogliamo stare meglio, ridurre lo stress, trovare equilibrio e pace interiore.
Ma è importante tenere sempre presente che la spiritualità non è solo un mezzo per raggiungere il benessere, è molto di più.
È una ricerca di senso, di connessione, di scopo. Altrimenti, diventa come un farmaco antidolorifico: lo assumo per togliere i sintomi fastidiosi, per anestetizzare il dolore, ma non sto lavorando sulla causa e l’effetto sarà momentaneo.
Quindi è utile chiedersi: quanto la mia pratica spirituale è orientata al solo benessere personale e momentaneo? E come, invece, potrei andare oltre, cercando una connessione più profonda e significativa, anche con il benessere?
Infine, vorrei soffermarmi un attimo sulla relazione tra spiritualità e sicurezza e sui rischi che corriamo quando il nostro bisogno di sicurezza ci spinge a rivolgerci alle persone sbagliate.
Una pratica spirituale solida e autentica facilita la sensazione interna di essere profondamente al sicuro proprio grazie a quella consapevolezza di essere parte di un qualcosa di eterno che semplicemente si trasforma continuamente.
Sapersi connettere al Sacro spesso e volentieri significa sentirsi al sicuro spesso e volentieri, e procedere nella vita senza inutili paure che potremmo risparmiarci se solo ci impegnassimo ad andare sotto la superficie di quello che troppo spesso ci viene venduto come spiritualità e invece è fuffa pura.
Va da sé che non possiamo trovare questa sicurezza interiore fuori da noi: un errore che vedo spesso fare, però, è quello di affidarsi acriticamente a personaggi nei quali ci sembra di vedere quella sicurezza, sperando che stare loro vicino ci darà quella sicurezza che tanto agogniamo.
Questo modus operandi, spinto all’estremo e condito da narrazioni fantasiose del mondo veicolate da linguaggi specifici inventati dal guru di turno, è il meccanismo su cui si reggono le sette, che oggi viene usato molto spesso anche nel marketing legato alla formazione, al mindset imprenditoriale, alla crescita personale e alla spiritualità.
Chi usa questo modus operandi e lo stile di marketing ad esso ispirato veicola, spesso attraverso un linguaggio particolarmente riconoscibile e difficilmente comprensibile razionalmente, l’idea che basti la prossimità a una persona che ci sembra più realizzata e illuminata di noi a realizzarci, illuminarci e metterci al sicuro, ma è un’idea fallace perché nessuno può metterci al sicuro al posto nostro quando siamo adulti.
Un modo per capire se sei facile preda di questa dinamica di ricerca della sicurezza fuori di noi (che io chiamo “la sindrome del guru”), è riflettere, in piccolo, sulle tue esperienze passate.
Ti è mai capitato di intraprendere percorsi di formazione o di crescita personale e spirituale in un momento di vulnerabilità non spinta dalla qualità di quanto offerto ma spinta dal desiderio di gravitare nella stessa orbita di qualcuno che ti sembrava migliore di te?
Magari la spiritual business coach di turno ti prometteva mari e monti sfoggiando una borsa Dior a bordo della sua barca e dicendo che basta aprirsi all’abbondanza per riceverla superando chissà quali misteriosi blocchi, o la yogini di turno ti diceva che avresti avuto la pancia piatta e lo stile di vita da digital nomad in pace col mondo da lei mostrato sui social se solo avessi partecipato al suo retreat a Puffolandia, e così hai investito in qualche percorso di formazione o crescita personale o spirituale attratta da queste cose superficiali invece che dai contenuti effettivamente offerti, per poi sentirti dopo qualche tempo delusa e colpevole per aver investito tempo e soldi in un percorso che non ti ha lasciato niente se non un ulteriore buco nel portafogli e in quella sicurezza di cui andavi in cerca.
Se non ti è mai capitato niente del genere tanto meglio così, ma se invece ti è capitato chiediti: cosa cercavi davvero quando hai ceduto a quella comunicazione, e perché ti sembrava di poterlo trovare avvicinandoti a quella persona invece che avvicinandoti di più a te?
Ti prego di riflettere bene su questa domanda perché anche se è scomodo ammetterlo sono certa che, soprattutto da quando esistono i social media, tutti ci siamo trovati in una situazione simile almeno una volta nella vita, ed è importante vederlo e imparare da questo se vogliamo davvero avvicinarci a una spiritualità più autentica che ci possa dare davvero la solidità che cerchiamo.
Se desideriamo sentirci sicuri e connessi, il lavoro interiore ce lo dobbiamo smazzare sempre e comunque noi, evitando gli specchietti per le allodole e ricordando che non è la vicinanza a qualcuno che conta nel percorso spirituale quanto piuttosto gli insegnamenti autentici che quel qualcuno può trasmetterci: assicuriamoci quindi quando ci imbarchiamo in un percorso guidato da terzi che ci sia qualcosa di vero che possiamo imparare, e che la persona che stiamo eventualmente scegliendo per guidarci abbia davvero intenzione di trasmettercelo con un autentico interesse per il nostro bene, e non solo per quello del suo ego o del suo conto in banca.
Concludendo, vorrei invitarti a soffermarti sul fatto che la spiritualità è una parte fondamentale della nostra esistenza.
Prova a non tralasciare questa parte; esplorala, comprendila e vivila a modo tuo perché questo ti permetterà di essere più connessa con te stessa, con il mondo, con la realtà di cui siamo tutti parte.
Datti tutto il tempo, metti in campo la pazienza e la curiosità necessarie, e soprattutto rivolgi le tue attenzioni a ciò che per te rappresenta la spiritualità autentica, e lascia perdere la fuffa che non fa che allontanarti da te.
Se vuoi uno strumento carino con cui coltivare la tua ricerca spirituale ti invito a fare il mio Archetiquiz, il test basato sugli archetipi delle dee che sono uno dei miei modi preferiti per approcciare parte del mio percorso spirituale: trovi il link al quiz nella pagina da cui stai ascoltando questo podcast, ma mi raccomando ricordati che non servono per forza strumenti esterni per imbarcarsi nel viaggio di cui abbiamo parlato oggi!
Buon divertimento se sceglierai di dedicarti al quiz, e noi ci sentiamo nella prossima puntata di Opinioni.
Ringrazio per i primi dodici episodi di questo podcast la mia preziosa amica e collega Manuela Limonta, che mi ha aiutato a portare fuori i ragionamenti che condivido con te.

Grazie per questa profonda riflessione.
Dovrebbe essere ascoltata da tanti.
Le tematiche che porti sono davvero fondamentali.
Hai toccato argomenti scomodi, che è bene affrontare! Tipo i luoghi “spirituali” che sono impostati con la struttura delle sette. Il desiderio di appartenenza infantile, che non consente di discernere ciò che è davvero nutriente per noi.
Il cammino spirituale è un lavoro interiore autonomo, ed è prezioso ricordarlo e ricordarselo, tutti i giorni.
Sono d’accordissimo con te Dalia! Grazie per il tuo ascolto e per il tuo commento gentile, e condividi pure l’episodio con chiunque credi possa averne bisogno! <3
Sono, in effetti, riflessioni molto importanti. Grazie per averle condivise perchè rifletterci su è essenziale <3.
Prego Erika! C’è stato qualche spunto che hai trovato più utile di altri nel tuo caso specifico? Sono curiosa e magari potrebbe essere interessante approfondirlo in qualche episodio futuro!
Sto leggendo grazie
Prego Sandrina, anche io adoro leggere le trascrizioni invece che ascoltare, perché mi distraggo tantissimo solo ad ascoltare eheheh!