Sei capace di pensiero critico, o pensi solo di esserlo?

Lug 22, 2025 | Podcast

4 Commenti

  1. Stefania

    Proprio recentemente ho sentito il bisogno di fermarmi per capire quanto di ciò che pensavo, dicevo e scrivevo fosse davvero mio e quanto influenzato dagli ambienti che frequento. Dalle occupazioni ai centri sociali, dai femminismi all’antispecismo, ho collezionato un bell’archivio di concetti e informazioni: semplicemente a un certo punto mi sono accorta di parlare troppo per slogan.

    Allora ho fatto un lavoro filosofico sull’identità, per tornare a me: i miei valori non sono cambiati né tantomeno spariti, ma sto cercando sempre più di liberarmi di dogmi e polarizzazioni che rendono meno fertile e divertente il mio modo di stare in determinati spazi così come il mio modo di narrarli, prima a me e poi al mondo.

    Grazie per gli spunti sempre interessantissimi Giada!

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    • Giada

      Secondo me il bisogno di appartenenza gioca un ruolo davvero chiave in queste situazioni in cui tendiamo un po’ a perderci dietro slogan e gruppi vari. Spesso i valori che perseguiamo sono comunque autenticamente nostri, ma è il desiderio di essere parte di qualcosa (oltre ovviamente al martellamento dei social) che ci porta facilmente a perderci dietro determinate modalità di perseguire quelle cause che non sempre ci appartengono davvero. A volte passiamo tanto tempo dietro a qualcosa perché collateralmente ci porta amici, apprezzamento, una sensazione di forte identità. Paradossalmente per me su questo è stato molto utile il bullismo che ho subito negli anni delle scuole medie: mi ha insegnato a sopravvivere senza appartenere, e nonostante la sofferenza che ho provato in quegli anni (e che naturalmente mi capita ancora di provare se a volte mi sento troppo un’outsider, perché comunque sono umana) riconosco che da essi mi è arrivato un grande regalo, e cioè la capacità di fregarmene bellamente di ciò che pensano gli altri e di andare sempre dritta per la mia strada senza perdermi per desiderio dell’amore o dell’amicizia altrui.

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  2. Giulia

    Ciao Giada, innanzitutto grazie. Complimenti per questo nuovo spazio che hai creato. Ho ascoltato con gran piacere i podcast precedenti perché oltre ad essere interessantissimi mi mettono in uno stato di presenza. Dover ascoltare mi spinge a essere molto focalizzata su quello che sto facendo e a trovare il luogo giusto per non essere disturbata. Non è una cosa che faccio spesso e mi piace.
    In merito a questo sesto episodio ho ritrovato la grande certezza nata anni fa facendo un lavoro proprio con te ma mi lancio una sfida perché , per quanto abbia perseguito fermamente l’idea che il mio pensiero possa plasmare la realtà e agendo ogni giorno perché accada , la parte sul “linguaggio” mi dà molto da pensare. A volte mi capita di parlare di cose che non conosco o che magari nemmeno mi interessano in modo poco consapevole. Sento bene la differenza quando parlo di una cosa che conosco e mi appassiona davvero e quando invece faccio come nelle interrogazioni delle superiori, in cui nelle materie ostiche usavo parole chiave ( slogan) condite da un sacco di giri di parole per creare una frase su un argomento non compreso. Frasi in cui non dicevo in realtà nulla ma che sembravano funzionare.
    Questo non mi piace. E non mi piace sentirmi in dovere di dire a tutti i costi la mia per non sentirmi da meno.
    Interesse vero, pensiero critico , ragionamento, studio appassionato e ascolto profondo . Poi posso portare al mondo. Perseguire questo obbiettivo mi piace. Grazie per il tuo portarci a riflettere 🙏

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    • Giada

      Grazie di cuore a te Giulia per aver accolto il mio invito alla riflessione! So che nasceranno consapevolezze potenti da questi semini visto che tu sei sempre stata bravissima a trasformarli in frutti. Se poi ti va di tornare qui a raccontare un po’ di più sulle tue riflessioni in futuro sei sempre la benvenuta! 🙂

      Rispondi

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Leggi la trascrizione di questo episodio

Ciao, nella scorsa puntata di questo podcast abbiamo parlato del potere, e in questo nuovo episodio parleremo di un potere particolare, quello del pensiero, e indagheremo il modo in cui il nostro pensiero influisce sulla nostra vita quotidiana e sul mondo in cui viviamo.

Esploreremo sia il potere del pensiero a livello individuale, nel nostro mindset e nelle nostre azioni quotidiane, sia a un livello più ampio, indagando come il pensiero collettivo abbia plasmato e continui a plasmare il mondo in cui viviamo.

Cominciamo dal livello più personale, il microcosmo del nostro pensiero quotidiano. Si tratta di un punto di partenza interessante perché spesso consideriamo i nostri pensieri in maniera passiva, come se non avessero un impatto concreto nella nostra quotidianità. Li descriviamo, cioè, come normale attività della nostra mente, come atti mentali astratti e privi di consistenza. I pensieri, invece, hanno una loro concretezza, non si perdono nel vuoto ma attraversano tutti gli aspetti della nostra vita: hanno il potere di influenzare il modo in cui assorbiamo le informazioni intorno a noi, la descrizione della realtà, le nostre scelte, i nostri giudizi.

Spesso, il pensiero iniziale che scegliamo può condizionare l’intero corso della nostra giornata.  Immagina di svegliarti una mattina con una sensazione di stanchezza. Se il primo pensiero che ti attraversa la mente è “oggi sarà una giornata di merda”, è molto probabile che questa previsione si avveri.

Al contrario, se dirai: “Ok, sono stanca, ma posso trovare un modo per raccogliere energia e fare il meglio possibile oggi”, vedrai subito che il tuo atteggiamento e il tuo approccio cambieranno e, di conseguenza, anche la tua giornata. Questo è solo un esempio di come il pensiero possa avere un impatto diretto sulle nostre esperienze quotidiane. Però, vale la pena di provare a fermarsi e ad analizzare in maniera approfondita; sicuramente, troverai vari momenti del passato e del presente in cui il pensiero, nel bene o nel male, ne ha influenzato il decorso. 

In generale, è molto importante che tu ti chieda:  quando e come il modo in cui penso a me o alla mia giornata influenza il mio stato d’animo e le mie azioni?

Il pensiero può avere il potere di incastrarci in quel fenomeno che viene spesso denominato “profezia autoavverante”. Cioè, quando crediamo fermamente in qualcosa, ne siamo proprio convinte, la nostra mente procede in maniera selettiva e il nostro comportamento tende a modellarsi per confermare quella convinzione. 

Ad esempio, se ci convinciamo che una determinata sfida è impossibile da superare, è molto probabile che non faremo neppure un tentativo serio per affrontarla, garantendoci così il fallimento. Al contrario, se crediamo nelle nostre capacità, saremo più propense a impegnarci e a trovare strategie adeguate al raggiungimento di risultati positivi.

Questa non è magia o suggestione, semplicemente funzioniamo così!

C’è da dire poi un’altra cosa: la realtà è sempre complessa e ricca di sfumature e spesso noi, proprio perché non vediamo oltre le nostre convinzioni, tralasciamo questa complessità, anche perché la nostra cultura occidentale è profondamente radicata in un sistema duale di pensiero.

Cosa significa? Vuol dire che tendiamo a catalogare la realtà in coppie di opposti: bianco o nero, giusto o sbagliato, buono o cattivo. Questo modo di pensare prendendo in considerazione solo gli estremi senza le sfumature ha influenzato non solo la nostra cultura in generale, ma anche il nostro modo quotidiano di affrontare la vita. Ci aggrappiamo alle nostre convinzioni polarizzando, come opposto, tutto ciò che non rientra in questa convinzione.

Questo nostro atteggiamento fazioso come dicevo trascura le sfumature e, quindi, il pensiero si fa univoco, unidirezionale, schematizzato; può limitare la nostra capacità di comprendere la complessità del mondo e di trovare soluzioni che vadano al di là delle polarizzazioni.

Invece, è importante ricordare sempre che tra il bianco e il nero ci sono infinite sfumature di grigio, e che è proprio il nostro sistema duale a nasconderle.

Quindi, fermati sempre ad osservare il modo in cui classifichi la realtà e domandati: quanto spesso ragiono in termini di “o questo o quello”?

Ora, proviamo ad ampliare il discorso e ad osservare il macrocosmo del pensiero collettivo. Hai mai riflettuto su come le idee e le convinzioni di un’intera società possano plasmare le strutture e le istituzioni in cui viviamo? Prendiamo ad esempio il sistema patriarcale e capitalista in cui siamo immersi. Questo sistema non è nato dal nulla, è stato costruito e perpetuato da schemi di pensiero che si sono radicati profondamente nel nostro modo di vedere il mondo.

Ogni società è il prodotto di idee che, a un certo punto, sono diventate dominanti. Il capitalismo, il patriarcato, la democrazia, tutti questi sistemi sono il risultato di pensieri che, nel tempo, hanno modellato la realtà sociale, economica e politica.

Quindi, se vogliamo cambiare il mondo, dobbiamo prima cambiare il modo in cui pensiamo perché il pensiero non solo influenza la nostra percezione della realtà, ma può anche creare la realtà stessa.

Questa non è solo una teoria filosofica, ma un concetto che trova riscontro nella pratica, nella quotidianità, nella storia. Le idee diventano reali solo perché qualcuno inizia a pensarle e a condividerle.

Comprendere e accettare che il pensiero possa plasmare la realtà è potente e ci offre una prospettiva nuova sul nostro ruolo nel mondo. Se il nostro pensiero può creare la realtà, allora abbiamo il potere di cambiare il mondo cambiando il nostro modo di pensare.

Un altro aspetto interessante è il rapporto tra pensiero e linguaggio. Il linguaggio è un prodotto del pensiero, ma può anche influenzare il pensiero stesso. Ad esempio, il linguaggio che usiamo per descrivere il mondo può influenzare il modo in cui lo percepiamo.

Per me però il linguaggio è uno strumento che arriva dopo il pensiero.

Se non c’è un pensiero consapevole alla base del nostro linguaggio, se il nostro linguaggio non è prodotto da un pensiero organico e consapevole, rischiamo di utilizzare parole e frasi in modo meccanico, senza comprenderne davvero il significato o l’impatto. Per esempio, quante volte le persone utilizzano termini politicamente corretti senza un reale pensiero critico dietro?

Una volta stavo analizzando la comunicazione di una mia cliente e le chiesi perché da qualche tempo avesse iniziato a usare gli asterischi nello scritto, al posto del maschile o del femminile. Lei mi rispose che, occupandosi di genitorialità, voleva fare in modo di includere nella sua comunicazione anche i padri, e quindi aveva iniziato a usare gli asterischi per evitare di parlare al femminile come faceva un tempo. Le feci notare che l’asterisco, oltre ad essere di difficile lettura per chiunque (perché provate a leggervi nella mente un termine che finisce con l’asterisco: come lo leggete?), non avrebbe sortito l’effetto da lei desiderato: il modo migliore per includere i padri nella sua comunicazione era usare il maschile accanto al femminile, ricalcando anche nel linguaggio quel rapporto paritario che lei ambiva a creare nella famiglia attraverso il suo lavoro.

Questo è solo uno di tanti esempi possibili del nostro utilizzo acritico del linguaggio: il linguaggio è un modo per codificare il pensiero, ma è il pensiero che deve guidare l’uso del linguaggio. Ecco perché è così importante mantenere un pensiero critico e consapevole, soprattutto quando si tratta di tematiche sociali e politiche. Non possiamo semplicemente adottare un linguaggio inclusivo o politicamente corretto senza una reale riflessione su ciò che stiamo dicendo e sul perché lo stiamo dicendo.

Un altro esempio interessante riguarda la censura delle parole nei libri o nei film di una volta. Cambiare le parole per adattarle ai nostri standard attuali potrebbe sembrare una buona idea, ma in realtà rischiamo di perdere la memoria storica di come il pensiero si sia evoluto nel tempo. Alcune parole utilizzate nei testi del passato ci ricordano quanto la nostra percezione del linguaggio sia cambiata e quanto sia importante preservare quella memoria per non ripetere gli stessi errori. Ad esempio, se oggi ci capita di trovare in un testo la parola “negro” quella parola sortisce un certo effetto su di noi: quell’effetto è importante per ricordarci, per contrasto, come si sono evoluti il nostro linguaggio e il nostro pensiero.

Per assurdo, se eliminassimo da ogni dove quella parola, in breve tempo le nuove generazioni non saprebbero più come è esistita, che significato discriminatorio ha assunto, e non capirebbero che non è proprio il caso di usarla, così come se non studiassimo sui libri che effetti devastanti hanno avuto i bombardamenti atomici da parte degli Stati Uniti sul Giappone probabilmente non ci preoccuperemo troppo di provare di nuovo a usare la bomba atomica e vedere cosa accade, con tutto ciò che ne consegue.

Prova quindi sempre a chiederti: le parole che utilizzo sono “pensate”, sono sostenute da un pensiero consapevole e critico?

Infine, è importante comprendere come il pensiero a livello individuale si intrecci con il pensiero collettivo per creare il cambiamento sociale. Se vogliamo trasformare il mondo in cui viviamo, dobbiamo iniziare a cambiare il nostro modo di pensare. Il nostro modo di ragionare, sia a livello personale che collettivo, è il primo passo verso l’azione. E se i nostri pensieri rimangono ancorati a modelli obsoleti o limitanti, anche le nostre azioni lo saranno.

Questo vale anche per pensieri che ci sembrano più moderni ma mantengono lo stesso tipo di funzionamento di quelli del passato: se per esempio guardiamo ai femminismi, alle lotte per certi diritti o a certi populismi contemporanei possono sembrarci pensieri nuovi rispetto a ciò che caratterizzava il passato, eppure mantengono spesso lo stesso carattere patriarcale di pensiero monolitico.

Un pensiero critico è un pensiero fluido, capace di cogliere e accogliere le sfumature e di comprendere ai fini della propria più piena formazione prospettive diverse e anche opposte, da sintetizzare in qualcosa di vivo e complesso capace di ricalcare davvero la realtà complessa in cui viviamo.

Se il mio pensiero tratta un argomento in apparenza nuovo, ma lo fa con logiche vecchie, non possiamo certo definirlo un pensiero innovativo né possiamo pensare che modificherà davvero qualcosa nella nostra realtà.

Ad esempio, prendiamo quelli che pensano che un mondo interamente governato da donne sarebbe un mondo migliore a prescindere, come se avere una vagina rendesse automaticamente le persone più capaci di governare propugnando determinati ideali.

Le persone che coltivano questa convinzione spesso ritengono che l’avverarsi du questo loro desiderio determinerebbe la fine del patriarcato, eppure non si accorgono di ragionare loro stesse secondo tutti i crismi del pensiero patriarcale.

Un pensiero che vede i generi in lotta l’uno contro l’altro, assegnando o a uno o all’altro un primato di qualche tipo partendo dal presupposto che la lotta si sani col predominio e non con la pace.

Un pensiero che associa alle donne determinate caratteristiche, ad esempio una maggiore predisposizione all’accoglienza, alla pace, alla conciliazione, facendo quindi interamente suo il concetto patriarcale di donna intesa come una creatura dolce e pacata.

Il punto qui non è confutare questa visione del mondo (per quello basta Margaret Thatcher), ma far notare il corto circuito logico nel pensiero alla sua base, che dimostra che non basta cambiare circostanze se non abbiamo prima cambiato il pensiero che quelle circostanze le ha generate.

Se partiamo da un pensiero conflittuale, rigido e basato sugli opposti, non importa chi prende il potere, la realtà rimarrà sempre uguale a se stessa perché non è cambiato il tipo di pensiero che la sostiene, pur cambiando gli attori che la mettono in atto.

Alla fine di questo episodio, quindi, ti lascio con un invito a osservare il tuo pensiero e a chiederti se, quando ti trovi in difficoltà davanti all’idea di cambiare il mondo o anche solo la tua realtà, non ci sia per caso qualche cambiamento da fare prima nel modo in cui a quella realtà stai pensando.

Buon divertimento con la risposta, e noi ci sentiamo nella prossima puntata di Opinioni!

Ringrazio per i primi dodici episodi di questo podcast la mia preziosa amica e collega Manuela Limonta, che mi ha aiutato a portare fuori i ragionamenti che condivido con te.

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