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Bonjour!
In questa nuova puntata di Opinioni parleremo del rapporto tra la responsabilità personale e le disuguaglianze sociali, un tema così, leggero, per cominciare la giornata.
E lo faremo come sempre attraverso tante domande da farci per capire come la pensiamo noi su questo tema, che direi è un tema piuttosto importante su cui essere consapevoli. Partiamo nella nostra interrogazione da una posizione molto diffusa e standard, direi un po’ un trend molto presente nel dibattito su questo tema.
Mi riferisco a quella visione che si scaglia duramente contro il sistema in cui viviamo e gli attribuisce un po’ tutte le colpe e le responsabilità delle disuguaglianze e delle ingiustizie.
Le persone che sostengono questa posizione puntano il dito contro il sistema con indignazione totale e descrivono gli individui come vittime inermi di questo sistema, quindi il patriarcato, il capitalismo, tutto quello che ci capita è colpa di questi sistemi.
Ma tu ti sei mai chiesta o chiesto se dare interamente la colpa al sistema sia davvero utile? Perché secondo me è importante trovare un po’ un equilibrio tra il riconoscimento delle disuguaglianze oggettivamente esistenti e l’assunzione della responsabilità personale delle proprie circostanze.
Che il sistema in cui viviamo presenti delle disuguaglianze è assolutamente innegabile, cioè su questo non ci piove, è una cosa tristemente evidente e non bisogna essere grandi esperti di politica, economia o geopolitica per rilevarlo.
Non tutte le persone godono dello stesso accesso alle stesse opportunità e questo ovviamente può influenzare profondamente il decorso delle nostre vite. È evidente che se io nasco povera in un paese in cui c’è la guerra, in cui le donne sono discriminate pesantemente, è ovvio che io abbia un accesso diverso alle opportunità rispetto a una donna che invece nasce in un paese dove c’è una maggiore uguaglianza di diritti tra i due generi.
Magari nasco in una famiglia benestante in un paese in pace, è chiaro che le mie circostanze di partenza sono diverse e quindi c’è una notevole disuguaglianza di partenza tra la mia situazione e quella di un altro.
Però è giusto attribuire alle nostre circostanze di partenza e al sistema che spesso le crea tutte le nostre difficoltà?
Io credo di no, perché anche se partiamo da una posizione svantaggiata abbiamo comunque praticamente sempre una parte di potere sulle nostre circostanze e una parte di responsabilità che riguarda le nostre scelte e le nostre azioni.
Pensando per esempio al tema della disuguaglianza economica mi viene in mente una mia cara amica: io sono nata decisamente non benestante, lei è nata decisamente ricca, eppure oggi io ho raggiunto una stabilità economica che lei non ha, non è stata capace di creare per se stessa, nonostante le sue circostanze iniziali a livello familiare fossero molto più favorevoli delle mie.
Io mi sono sempre impegnata per crescere, anche forte del fatto che sono nata in una situazione di notevole povertà rispetto a lei, per esempio, e questo mi ha spinto a rendermi autonoma e fare di tutto per vivere nell’ abbondanza, perché quella cosa la desideravo.
Lei invece no, non si è mai dovuta sbattere per avere del denaro, dell’abbondanza economica quando era ragazzina, anche quando era nei suoi primi anni dell’età adulta e questo ha creato un’enorme differenza nel suo approcciarsi a questo tema.
Quindi cosa può significare questo e cosa significa per te? Per me significa che oltre al sistema e alle condizioni di partenza che il sistema ci può o meno elargire, c’è sempre una componente personale di impegno, di determinazione, di scelte che comunque una differenza la può fare.
Anche qui, non sempre. Attenzione, non sto assolutamente dicendo che volere è potere in assoluto e che se vogliamo una cosa succederà necessariamente, anzi anche basta con questo binomio spacciato come soluzione a tutti i mali.
Mi pare ovvio che ci siano delle situazioni in cui le circostanze in cui ci troviamo sono davvero difficili da cambiare, quindi qui non stiamo dicendo che basta solo volere una cosa per riuscire magicamente a trasformarla, così come non stiamo credendo in robette da legge dell’attrazione per cui ti basta desiderare una cosa e arriverà magicamente da te – ditelo a uno che è nato in Sud Sudan, che basta la legge dell’attrazione!
Il punto però per me è comprendere qual è, realisticamente, il nostro margine di intervento sulla nostra realtà, perché a mio parere se si osserva con oggettività ciò che ci circonda, c’è sempre uno spazio, anche minimo, in cui possiamo agire.
Tornando all’esempio di prima della mia amica, possiamo dire che io ho ben individuato l’ingiustizia del sistema a cui ero mio malgrado sottoposta e assumendomi la responsabilità della mia vita per quello che potevo, ho agito con il desiderio di evolvere, trasformare la mia condizione di partenza e mi sono dedicata a un percorso di crescita in cui ho sfruttato il potere che avevo in quelle circostanze per cambiare quelle circostanze.
La mia amica a cui facevo riferimento, invece, ha lasciato che la vita agisse un po’ al suo posto, inconsciamente sicura che tanto le cose sarebbero continuate ad andare bene, non si è mai presa la responsabilità di dare a se stessa una direzione, un senso e quindi poi si è trovata con le uova nel paniere rotte, e non ha scelto di fare qualcosa per cambiare la situazione.
Senza neanche necessariamente dover dare un nome al sistema o la colpa a qualcuno, a volte è semplicemente ingiusto che noi nasciamo in una circostanza di partenza che non dipende neanche dal sistema.
Per esempio, se io nasco più fisicamente prestante o più intelligente di qualcun altro, lì la colpa non è del capitalismo o del patriarcato, sono nata così e quindi avrò dei vantaggi rispetto a qualcun altro che invece nasce magari con delle difficoltà fisiche o cognitive, quindi ci sono chiaramente delle disuguaglianze di partenza che non sono neanche necessariamente sistemiche, ma magari naturali a volte.
Ecco, come possiamo trovare un equilibrio tra il riconoscere l’esistenza delle disuguaglianze che a volte sono create dal sistema e a volte no, e la nostra responsabilità personale davanti a questo dato di fatto?
La chiave, secondo me, sembrerà banale, ma sta tutta lì, sta nel cercare di fare il meglio con ciò che abbiamo anche se le nostre risorse sono poche, anche se le nostre circostanze sono difficili, anche se lo spazio di manovra non è estremamente ampio.
Una riflessione importante da questo punto di vista riguarda anche il nostro ruolo come soggetti all’interno della società.
Spesso, quando ragioniamo sulle disuguaglianze, ci lamentiamo dicendo che il mondo è un posto terribile e lo facciamo inserendoci in una narrazione apocalittica del mondo, no?
Sembra che noi che abbiamo un po’ di coscienza sociale siamo delle vittime sfortunate, il sistema è un mostro famelico che fagocita tutto e fa tutto per danneggiarci per i suoi interessi.
Io non sono così d’accordo su questo, innanzitutto perché i dati ci dicono piuttosto oggettivamente che, secondo i nostri parametri occidentali, il mondo di oggi è un mondo migliore rispetto al passato, se guardiamo il tasso di povertà, di analfabetismo, insomma ci sono dati rassicuranti rispetto al passato.
Ma, oltretutto, il punto è che ogni nostra azione ha una conseguenza, tutte le azioni insieme formano la realtà del nostro mondo.
Quindi la riflessione da fare è quanto ci sentiamo responsabili noi per il mondo in cui viviamo? Cosa facciamo noi ogni giorno per rendere il mondo un posto migliore? E non si tratta solo di attivismo o di grandi gesti plateali, ma sono anche le piccole azioni quotidiane che contano e che sommate possono fare la differenza.
Per esempio, se io tutti i giorni mi lamento di quanto fa schifo il mondo, mi faccio prendere dall’ansia, mi arrabbio, questo è davvero utile alla causa? Oppure è più utile se invece faccio qualcosa anche a livello di modifica del mio atteggiamento?
Se io, per esempio, invece di essere tutti i giorni rabbiosa e lamentosa per lo stato del mondo, cerco di focalizzarmi su quello che di positivo io posso fare e sul trasformare anche il modo in cui mi sento, il pezzettino di mondo attorno a me non è forse migliore?
E questo non vuol dire trasformarci in Pollyanna e fare finta che non esistano le brutture nel mondo, però si tratta proprio di avere un atteggiamento diverso anche a livello emotivo davanti a questo, perché comunque non nasce mai troppo di buono dall’aggirarsi nel mondo scoglionati, arrabbiati, lamentosi, furiosi.
Quindi questo non vuol dire che dobbiamo diventare Pollyanna e avere sempre gli occhiali rosa a cuore sul mondo, però vuol dire che quello che noi portiamo nel mondo è molto importante anche a livello sottile, a livello quotidiano, perché il pezzo di mondo che noi abitiamo e il modo in cui lo influenziamo, anche nel nostro piccolissimo, ha poi un impatto anche a livello macroscopico sul resto del mondo.
Quindi non si tratta solo di grandi gesti plateali, ma di piccole azioni quotidiane che sommate possono fare una differenza nel corso del tempo e quindi impegnarsi quotidianamente nella concretezza della nostra vita è già una rivoluzione, perché significa indirizzare le nostre azioni, i nostri pensieri, le nostre emozioni al cambiamento e avere coscienza in ogni momento del nostro impatto sul mondo.
Un altro aspetto su cui voglio soffermarmi è il concetto di uguaglianza, visto che abbiamo spesso parlato di disuguaglianze fino adesso.
Spesso pensiamo, senza riflettere troppo sul concetto di uguaglianza, che questa parola significhi fare in modo che tutte le persone siano uguali e vengano considerate tutte allo stesso modo e crediamo che questa sia la vera soluzione per un mondo più giusto, però è davvero così?
Vogliamo veramente essere tutti uguali?
Perché per esempio io in quanto donna non ho mai desiderato essere uguale agli uomini e spesso avere gli stessi diritti degli uomini non è nemmeno la cosa giusta, banalmente per la mia fisicità.
Per esempio io sono una donna che ha delle mestruazioni sempre molto problematiche, questa cosa in passato mi ha creato notevoli problemi al lavoro quando lavoravo in azienda perché non potevo scegliere di non lavorare quando avevo le mestruazioni.
Mi sarebbe piaciuto avere nel mio parterre dei diritti magari la possibilità di avere dei giorni a casa perché stavo così male, quello che in Spagna hanno chiamato congedo mestruale per esempio.
Ecco, questo è un diritto che gli uomini non hanno perché non hanno le mestruazioni, non hanno questo problema cinque volte a settimana, quindi si tratta di un aspetto della legislazione in cui a me sarebbe piaciuto avere in Italia un diritto diverso in quanto donna basato sulla mia differenza fisica rispetto a quella di una fisicità maschile, che non si trova a sperimentare questo problema.
Questo sarà per molti un esempio impopolare, però in realtà a livello didattico funziona molto bene perché ci rende molto facile capire, basandoci su una differenza biologica, quali possano essere le differenze di esigenze dei vari soggetti, perché chi stabilisce quali sono i miei diritti che devono essere uguali per tutti? Questo è sempre valido, è sempre importante? Chi è che sceglie qual è la gerarchia dei diritti? Chi è che sceglie su cos’è che dobbiamo essere considerati tutti uguali?
Quindi qui ovviamente si apre un vaso di Pandora che non staremo a scoperchiare ora, però questa è un’altra domanda da farci.
Ha veramente senso affermare che vogliamo essere tutti uguali senza tenere conto delle nostre differenze che possono invece rendere utile avere dei diritti differenti?
Io penso che sarebbe più giusto fare sì che ogni individuo sia messo in condizione di realizzare le proprie aspirazioni, anche se sono diverse da quelle degli altri individui e penso che sia importante mettere ognuno in condizione di realizzare se stesso a seconda di quello che serve al proprio potenziale, quindi nello stato attuale delle cose in nome dell’uguaglianza vengono fatte, dette o propugnate delle cose che non sono sempre davvero utili per tutti e che non sono nemmeno davvero sempre strumentali a appianare quelle circostanze di partenza, perché magari mi si dà qualcosa che a me non serve quando mi sarebbe stato molto più utile qualcos’altro.
Quindi questo discorso dell’uguaglianza intesa come essere tutti uguali forse è un concetto che andrebbe espanso un po’ di più.
Ovviamente questo richiede una profonda conoscenza di sé, della propria essenza, una riflessione profonda su ciò che desideriamo veramente, su come possiamo raggiungere i nostri desideri e su cos’è che ci fa sentire di essere magari in una situazione di disuguaglianza e dobbiamo tenere presente che la nostra società tende a uniformare tutto, anche i bisogni e le risorse, ma sulla base di quello che dicevamo prima, se ci avventuriamo un po’ in questo argomento, ti sembra davvero giusto trattare tutte le persone allo stesso modo senza considerare le singole individualità?
Perché ogni persona è unica e ha bisogno di aspirazioni e capacità proprie, quindi non sarebbe piuttosto utile chiedersi come possiamo costruire un sistema che rispetti queste diversità?
Io credo che questa sia una domanda più interessante, qui lo vediamo anche nella storia del femminismo, se noi vediamo le prime ondate del femminismo, in queste fasi le donne lottavano per l’uguaglianza con gli uomini, per essere considerate e trattate come loro, poi col passare dei decenni si è affermato anche un femminismo delle differenze, ecco come dicevo prima io non voglio l’uguaglianza con gli uomini, io voglio essere rispettata per le mie differenze e avere la possibilità di realizzarmi in base alle mie specificità, quindi possiamo chiederci come possiamo mantenere e rispettare le nostre differenze e integrarle in un nostro concetto di uguaglianza che vada un passetto oltre quello che abbiamo sempre in mente quando ci lamentiamo dello stato terrificante del mondo.
Un altro punto importante a questo proposito è il ruolo che attribuiamo al sistema nel risolvere le disuguaglianze, spesso si dà un’importanza totale al fattore economico, al fatto che le ricchezze non siano equamente distribuite, che il sistema dovrebbe cambiare proprio in questo senso e se io sono d’accordissimo sul fatto che un’equa distribuzione economica sarebbe sicuramente un punto di partenza importante, non credo però che sarebbe la soluzione definitiva a tutti i mali, anzi a volte non è una soluzione, cioè pensiamo davvero che il redistribuire la ricchezza risolverebbe tutti i problemi?
In realtà la storia ci mostra che anche nei paesi dove la ridistribuzione è avvenuta spesso le disuguaglianze persistono, quindi cosa significa questo? Forse significa che le disuguaglianze non dipendono solo dai soldi ma da una serie di fattori complessi che dobbiamo considerare e forse sarebbe utile diffondere una cultura della responsabilità individuale oltre a quella della responsabilità del sistema attraverso la quale l’individuo può coltivare il suo potere personale.
Le due cose vanno insieme, quando noi parliamo del sistema spesso lo vediamo come qualcosa di separato da noi, però noi siamo parte di quel sistema, contribuiamo a costruirlo, a perpetrarlo e a perpetuarlo, quindi non possiamo continuare a pensare che sia sempre tutto colpa del sistema e che non ci sia anche una nostra responsabilità individuale se quel sistema rimane.
In conclusione credo che sia fondamentale riflettere su questi temi e non fermarsi alle soluzioni un po’ semplicistiche che spesso popolano il nostro pensiero perché ognuno di noi ha un ruolo fondamentale nella costruzione della propria vita e un impatto importante nella realizzazione di una società migliore, di un sistema diverso, quindi il punto qui non è fare le cose che io ho appena detto, in questa puntata c’era un mix di mie opinioni sul mondo e un mix di domande, la cosa importante sono le domande e gli spunti che possono nascere dentro di te dalle opinioni che mi hai sentito enunciare in questo episodio.
Quindi prova a fermarti a riflettere con un po’ di realismo e soprattutto prestando davvero attenzione a cercare di creare un pensiero un po’ più complesso su questi temi, perché anche tu hai un grande potere, e chiediti: come posso trovare un equilibrio tra la mia responsabilità personale e il riconoscimento delle disuguaglianze presenti oggettivamente nel nostro sistema?
E soprattutto cosa posso fare io, come posso agire nella mia vita per fare una differenza vera?
Ti lascio con questa domanda, ti ringrazio per avermi ascoltato in questo pippone un po’ più filosofico del solito e noi ci sentiamo nel prossimo episodio del podcast, ciao!
Ringrazio per i primi dodici episodi di questo podcast la mia preziosa amica e collega Manuela Limonta, che mi ha aiutato a portare fuori i ragionamenti che condivido con te.

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