C’è un attivismo che non attiva niente di buono

Ago 26, 2025 | Podcast

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Ciao! In questa puntata di Opinioni che francamente non vedevo l’ora di registrare, parliamo dell’attivismo e più precisamente di quell’attivismo distorto e bacchettone che spesso utilizza strumenti aggressivi e prescrittivi.

È un tema purtroppo molto attuale, specialmente nell’ambito dei social media, dove le dinamiche dell’attivismo stanno cambiando in modi a volte a mio parere deleteri.

Partiamo dal concetto di attivismo performativo.

Io chiamo così quelle forme di attivismo in cui le persone partecipano a campagne sociali o politiche con grande frenesia, principalmente per costruirsi un’identità o mostrare quanto sono brave, virtuose e non solo per un reale impegno verso la causa. A volte ci sono anche casi più eclatanti in cui lo fanno per tornaconto.

L’impegno sociale diventa l’ennesima gara per raggiungere un podio, l’ennesima occasione performativa per imporsi, per far vedere che ne sappiamo di più, che abbiamo capito più degli altri, che abbiamo una sensibilità più grande, che abbiamo più parole e argomenti da spendere, neanche dovessimo arrivare primi all’Olimpiade dell’attivismo.

Purtroppo nei social media questa tendenza è estremamente evidente. Le cause sociali diventano ormai guerre di post e visibilità, e tutto ciò ha una grande influenza su tutti noi, perché anche se non siamo attivisti “ufficiali” ci sentiamo molto spesso un po’ obbligati a partecipare a questa corsa e così vogliamo a tutti i costi condividere qualcosa sull’argomento del momento solo per non rimanere indietro, nella maggior parte dei casi.

Se ci rifletti sinceramente, ti è mai capitato di condividere un post o un’immagine solo per non perdere il ritmo del trend o solo per mostrare che eri abbastanza interessato a un argomento che veniva ritenuto importante in quel momento? Perché diciamocelo, ormai questa è una cosa comune, soprattutto quando si tratta di argomenti di attualità molto in voga e molto dibattuti.

Se ti è capitato non fa di te una brutta persona questa cosa, perché non farsi trascinare da questi meccanismi purtroppo non è per niente semplice, ma quando ti ricapiterà di decidere di condividere qualcosa, prima di farlo magari prova a chiederti se davvero ti interessa farlo, se quella è una scelta autonoma e indipendente oppure stai semplicemente partecipando anche tu all’allegra corsa dell’attivismo performativo.

C’è anche un altro aspetto dell’attivismo performativo che non è solo la paura di rimanere indietro ma che riguarda la pressione nel soddisfare le aspettative degli altri, in particolare di chi ci segue se abbiamo una presenza social.

Sembra che oggi se vogliamo essere considerati inclusivi, empatici e al passo coi tempi – come se poi queste tre caratteristiche fossero da ritenersi buone e necessarie per chiunque a priori, ma questa è un’altra storia – dobbiamo parlare con grande convinzione di tutti i temi caldi del momento sui social, usando il nostro spazio di comunicazione per dimostrare di essere persone che si impegnano in ogni minuto a migliorare il mondo a suon di opinioni su ogni singola cosa, pena l’essere ritenuti dei deficienti insensibili fondamentalmente.

Ma da quando avere un’opinione e manifestarla pubblicamente anche su temi complessi a livello politico sociale e geopolitico è diventato un obbligo che solo se rispettato ci conferisce il bollino di persone con un’etica e una morale?

Cioè, io mi ricordo una volta in cui qualcuno mi ha chiesto su Instagram perché non dicessi la mia opinione sul genocidio in atto a Gaza da parte di Israele. La cosa che mi ha allucinato di questa domanda è stata che non mi hanno chiesto cosa io pensassi del genocidio, mi hanno chiesto perché non ne parlassi, come se fosse un obbligo morale.

Io credo fermamente che nessuna persona, che abbia due follower o due milioni di follower, debba sentirsi obbligata a parlare di temi di attualità o di politica solo perché sta su una piattaforma.

Se qualcuno ha scelto di usare i social per condividere video di gattini ha tutto il diritto di continuare a condividere video di gattini e basta, senza sentirsi in colpa perché non affronta temi più seri come i genocidi o le guerre, di cui magari non sa assolutamente niente.

Chiaro, si sa che è una cosa che sta accadendo, ed è un argomento di attualità, ma questo non mi rende un esperto che deve necessariamente dire qualcosa, o non mi obbliga solo perché esiste una mia presenza su Instagram o su un altro canale a dover dire per forza una qualsiasi cosa su quell’argomento schierandomi da una parte o dall’altra perché si richiede questo: ormai è un po’ come se ci fossero delle tifoserie dei temi di attualità a cui bisogna aderire, altrimenti ci si scagliano addosso questi anatemi social.

Io credo che non ci possano essere imposizioni rispetto ai temi su cui vogliamo focalizzarci o al modo in cui desideriamo gestire i nostri profili, e soprattutto non abbiamo alcun obbligo verso i nostri follower.

Chi ci segue può scegliere di rimanere con noi oppure no, è molto semplice, quindi quando tocca a te prova a chiederti: sto condividendo questo contenuto perché davvero sento il bisogno di farlo, perché ho qualcosa di importante da dire, oppure perché mi sento in obbligo verso chi mi segue?

Quando giudico l’influencer Ginapina perché non ha parlato del tema di attualità più in voga al momento, che cosa c’è dietro a quel mio giudizio?

A proposito di influencer è importante notare che i meccanismi dei social media e il loro funzionamento hanno un impatto enorme ormai su come percepiamo l’attivismo.

Spesso infatti con quelli che io chiamo gli influencer dell’attivismo i contenuti più aggressivi e polarizzanti sono quelli che ottengono più visibilità e questo porta molte personalità dei social a trasformarsi all’occorrenza in attivisti di comodo per far crescere il proprio profilo ,e coloro che già sono da un po’ magari attivisti da tastiera a scegliere registri espressivi particolarmente violenti e polarizzanti che generano forti reazioni e così facendo aumentano i loro numeri e la diffusione dei loro messaggi, facendo sì peraltro che molto spesso queste persone traggano anche un guadagno economico da questo modus operandi.

Ora, io non vedo niente di male nei soldi, questa è una cosa nota e conclamata per chiunque mi conosca, però credo che sia molto importante la trasparenza, questo sì, quindi quando c’è qualcuno che utilizza l’attivismo in questo modo sui social allo scopo di guadagnare ma non lo dichiara molto chiaramente per me questo è sbagliato.

Io non sono neanche della scuola per cui l’attivismo deve essere gratis, credo che a volte l’attivismo sia un lavoro e credo che come tale a volte sia giusto averne un tornaconto, il problema è quando manca la trasparenza su questo, quindi il problema è quando Ginapina lucra spudoratamente sul risultato dei suoi post da attivista con registro violento e polarizzante che le fa fare un sacco di like e le fa ottenere un sacco di collaborazioni ma non dice che le cose stanno così: questo per me rappresenta il problema.

Quindi, è davvero questa la strada giusta per un cambiamento positivo?

Io credo piuttosto che questa tendenza sia controproducente per la causa, sia perché come abbiamo visto ci possono essere dei grossi problemi di trasparenza e di autenticità nelle motivazioni dell’attivismo, sia perché con questo utilizzo di registri così estremi, così violenti, così polarizzanti allo scopo di avere più successo con i propri contenuti, le persone che ancora non hanno colto l’importanza di alcuni temi e che magari non hanno compreso certe argomentazioni, di fronte a tanta aggressività non saranno certo stimolate ad interessarsene o a cambiare la propria posizione.

Pensiamo ad esempio a coloro che definendosi femministe lamentano il fatto che gli uomini non contribuiscano sufficientemente alla causa femminista ma poi hanno costantemente una comunicazione che nei confronti degli uomini è violenta, colpevolizzante o aggressiva: quando mai proprio quegli uomini che hanno bisogno di fare un percorso in direzione di una parità sociale tra i generi – e che partono quindi da un conflitto di qualche tipo col genere opposto – reagiranno positivamente a una comunicazione di questo tipo? Quando mai quando mai questa comunicazione potrà davvero aiutare la causa femminista?

La realtà è piuttosto che l’atteggiamento violento di una certa parte di attivismo è solo respingente per questo tipo di persone, che sono proprio quelle che devono cambiare: le persone che devono abbracciare la causa femminista sono quelle anti femministe, non sono gli uomini che sono già femministi, a che ci serve portare in barca quelli che sono già in barca?

Noi dobbiamo portare in barca le persone che sono molto lontane dalla barca, e non lo faremo così, con un atteggiamento respingente che non farà cambiare proprio nulla né ora né mai, anzi, andrà facilmente a incancrenire proprio quei problemi.

Un altro problema dell’attivismo sui social è la disconnessione tra ciò che diventa rilevante online e ciò che è davvero rilevante nel mondo reale: hai mai notato come certi temi diventino improvvisamente importanti sui social ma poi, parlando con la gente fuori da quel contesto, ci rendiamo conto che non hanno la stessa rilevanza?

Che ne so, magari sui social non si fa altro che parlare dell’ultimo problema riportato con la pugile accusata di essere trans – cosa a mio parere gravissima, va bene – però sembra improvvisamente che tutto il mondo ruoti attorno a questo, quando poi la gente comune fuori dai social non sa nemmeno che questa cosa sia successa e si sta preoccupando di come arrivare a fine mese.

Questo dipende dal fatto che i social non rappresentano l’interezza del mondo reale: nelle piattaforme gli argomenti sono monopolizzati dai trend e da ciò che diventa virale, si creano delle bolle in cui ci sembra che certi argomenti siano centrali e di vitale importanza mentre nel mondo reale non lo sono affatto per la maggior parte delle persone, e tuttavia l’attivismo deviato continua a promuovere queste bolle come se lì si concentrassero tutti gli interessi umani.

Ecco quindi che aprendo Instagram si potrebbe pensare che i maggiori problemi della gente al giorno d’oggi siano scegliere tra schwa o asterischi pur di non usare il maschile sovraesteso, o capire se le donne trans possano o meno gareggiare a livello agonistico con le donne biologiche e che chiunque non si interessi di questi temi sia un troglodita antifemminista e transfobico: tuttavia, uscendo dai social sarà facile capire che molto spesso occuparsi di questi dilemmi è un privilegio e che la maggior parte della gente è piuttosto, come dicevo, preoccupata di come arrivare a fine mese o di come sopravvivere ad ambienti di lavoro tossici svuotanti che gli fagocitano la vita ogni giorno senza che questo faccia necessariamente di loro persone intolleranti e poco empatiche con chi ha bisogni diversi dai loro.

Quindi, anche quando crediamo che sia importante portare certe battaglie sui social e anche quando lo è, è importante ricordare che i social non bastano a far evolvere la mentalità delle persone: l’attivismo lì non è sufficiente, ci vuole una promozione culturale più ampia e profonda perché il mondo vero sta fuori dai nostri cellulari.

Banalmente tutte le persone che inneggiano all’odio verso gli immigrati sui social molto spesso dal vivo se interagiscono con una persona che è appena arrivata dal mare in situazioni disperate non si comporterebbero mai come si comportano sui social dietro una tastiera, quindi di questo è importante tenerne conto e purtroppo questo scollamento dei social media dalla vita reale e la superficialità di questi mezzi, forzata anche sulle persone non superficiali a causa dei formati brevi a cui questi mezzi di comunicazione ci costringono, spesso finiscono per influenzare negativamente anche la politica.

Come dicevamo prima temi come quelli legati magari alle questioni di genere o ai diritti civili prendono piede sui social e il dibattito sembra super centrale, poi però quando si parla di elezioni e politiche pubbliche le persone non votano basandosi su chi usa lo schwa, votano basandosi su problemi più concreti come la povertà, la disoccupazione e cose di questo genere.

Allora questo scollamento e questo eccessivo spingere dell’attivismo su temi così polarizzanti – che mettono molto più facilmente peraltro le persone le une contro le altre, perché difficilmente le persone litigano su temi come il lavoro o i soldi di cui hanno bisogno per sopravvivere, siamo quasi sempre tutti d’accordo su temi di quel tipo – possono avere conseguenze significative, perché in quella zona vuota che noi riempiamo solo con schwa e altre amenità, nei bisogni impellenti e nelle domande senza risposta, trova spazio l’ascesa di politici populisti come quelli che infatti stanno invadendo il mondo adesso, che parlano alle preoccupazioni immediate delle persone mentre magari altri attori politici – come può essere in Italia in questo momento la cosiddetta sinistra – si concentrano su temi che non sono assolutamente rilevanti per la maggior parte della popolazione: ecco perché per me l’attivismo dovrebbe considerare questo fenomeno, che è anche piuttosto semplice e che si ripete ormai da tempo immemore nella storia.

Un’altra questione che mi sta molto a cuore riguarda le contraddizioni intrinseche di un certo attivismo moderno: hai mai notato come certi attivisti usino lo stesso linguaggio e gli stessi metodi di oppressione che in teoria vorrebbero combattere?

Penso ad esempio alle campagne contro l’odio online che però rispondono spesso all’odio con altrettanto odio o bullizzano i bulli: è una contraddizione in termini, questo non fa che perpetuare un ciclo di violenza e aggressività che non porta a nessun reale cambiamento, non insegna proprio nulla, e questa è veramente una cosa che mi fa cadere le braccia.

Ci sono femministe più patriarcali del patriarcato stesso, che l’hanno talmente interiorizzato da essere incapaci di uscire dalla dinamica tutto bianco tutto nero (di questo abbiamo parlato in un’altra puntata di Opinioni che ti invito a recuperare, te la link nella pagina da cui stai ascoltando questa); poi ci sono i promotori dell’inclusione che però escludono tutti quelli che non sono d’accordo con loro, i sostenitori dell’accoglienza che sono iper respingenti con chiunque non abbia le loro stesse identiche opinioni, e cose del genere.

Per me la capacità di empatizzare con chi perpetua le situazioni che ci piacerebbe contribuire a cambiare è un elemento fondamentale per un attivismo efficace: riusciamo davvero a metterci nei panni degli altri anche quando non condividiamo le loro opinioni? Perché altrimenti come possiamo ottenere un risultato con il nostro attivismo?

Un attivismo basato davvero sull’empatia cerca di costruire ponti con le altre persone, non di alzare altri muri, e quindi questo significa ascoltare, capire, cercare soluzioni che tengano conto delle diverse prospettive: se il mio obiettivo è quello di trasformare la mentalità di qualcuno – per esempio immaginiamo che il mio obiettivo col mio attivismo sia quello di trasformare la mentalità di qualcuno che odia gli immigrati (uso il loro linguaggio) – posso riuscirci senza arrivare a capire la paura da cui nasce quell’odio, che viene poi peraltro abilmente fomentata dai politici populisti di turno?

Posso davvero sanare l’epidemia di femminicidi che affligge il nostro paese liquidando chi li compie con l’etichetta di mostro perpetratore di efferattezze patriarcali senza capire quale ferita il patriarcato abbia inflitto non solo alle donne uccise, ma anche agli uomini che arrivano a ucciderle per l’incapacità di gestire un rifiuto?

Questo è un tema scomodo, però è un tema essenziale da indagare se vogliamo davvero ottenere un risultato: perché invece di trincerarci su posizioni di chiusura non ci impegniamo a capire – che non vuol dire giustificare – quando questa sarebbe la cosa più strategica da fare per la causa che abbiamo a cuore?

Io credo che una delle risposte a questa domanda sia il fatto che per alcuni individui l’attivismo a un certo punto smette di essere davvero qualcosa che va in direzione di un cambiamento positivo per la collettività e diventa un po’ una questione identitaria e un po’ a volte anche un modo per sentirsi persone migliori.

Così la causa viene sposata ormai acriticamente solo per farci belli ai nostri stessi occhi e per pulirci un po’ la coscienza, senza che ci sia un vero impegno dietro, una vera riflessione.

Condividiamo un post, partecipiamo a una manifestazione, però poi torniamo alla nostra vita e all’atteggiamento con cui la attraversiamo senza cambiare nulla nel nostro comportamento quotidiano e continuiamo a erigere muri, il che non è né autentico né utile.

Questo tipo di attivismo non fa che mantenere lo status quo, mentre un vero cambiamento richiederebbe un impegno costante e profondo a partire dal pensiero e dalle modalità con cui conduciamo quell’attivismo.

Ci deve essere responsabilità personale anche nell’attivismo.

Se ci facciamo paladini di una causa è importante chiederci: mi sento davvero responsabile per la causa che sostengo?

Perché è facile puntare il dito contro gli altri, ma siamo davvero disposti a fare sacrifici personali per il bene comune?

Perché a volte il sacrificio personale da fare è quello dell’attaccamento a quella che noi riteniamo essere la ragione, per mettersi un attimo nei panni del prossimo e cedere un minimo la nostra posizione in suo favore, che non vuol dire dire “sì caro femminicida, hai ragione tu” ma vuol dire davvero impegnarsi a fare un passo verso l’altro, a capire che cavolo succede in quel mondo personale che porta quella persona ad agire così, che cavolo succede nelle mentalità di chi crede che il migrante arrivato disperato da un paese in guerra sia il capo espiatorio di tutti i mali della nostra società.

Non possiamo produrre un cambiamento senza essere disposti a sacrificare un minimo delle nostre posizioni, e quindi l’attivismo autentico richiede coerenza tra le nostre parole e le nostre azioni.

Questo spesso significa fare scelte difficili e impopolari: un’educazione al ragionamento alla comunicazione secondo me è lo strumento più potente per l’attivismo, e parlo di un’educazione che non sia solo trasmissione di conoscenze ma soprattutto sviluppo di capacità critiche, di pensiero indipendente, di empatia, ma empatia vera, non quella di cui ci riempiamo la bocca senza poi essere realmente capaci di metterla in pratica.

Un attivismo che si basa su questo tipo di educazione guida le persone a diventare cittadini consapevoli e responsabili capaci di fare scelte informate e di agire per il bene comune: non si tratta di creare seguaci, di creare pecore che appena uno proclama la nuova causa del momento seguono tutti pedissequamente, quindi puoi chiederti: come posso educarmi ed educare le altre persone in modo da promuovere un cambiamento reale e duraturo?

L’attivismo è uno strumento potente per il cambiamento sociale, e proprio per questo deve essere usato con consapevolezza, responsabilità e autenticità: ti invito quindi ad osservare con molta razionalità chi segui e ad analizzare con onestà, ed esercitando parecchia logica, come partecipi tu all’attivismo e quali sono le tue motivazioni.

Spero che questa puntata ti abbia messo più di una pulce nell’orecchio, e noi ci sentiamo nella nel prossimo episodio di Opinioni, ciao!

Ringrazio per i primi dodici episodi di questo podcast la mia preziosa amica e collega Manuela Limonta, che mi ha aiutato a portare fuori i ragionamenti che condivido con te.

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