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Ciao! In questa nuova puntata di Opinioni parleremo di lavoro, ma in un modo un po’ diverso dal solito perché vorrei evidenziare e mettere in discussione molti dei significati e dei preconcetti che ci influenzano quando pensiamo a questo tema.
Credo che sia davvero necessario chiedersi: perché consideriamo e definiamo il lavoro in un certo modo? Da dove deriva il nostro modo di approcciarci al lavoro e di viverlo?
Nella storia del pensiero occidentale possiamo trovare varie risposte, molte delle quali sono entrate nella nostra mentalità senza che ce ne rendessimo conto.
Prima di entrare nel vivo dell’ excursus storico sul concetto di lavoro che sto per propinarti, ti invito a riflettere su quanto il lavoro sia diventato centrale nella nostra identità.
Quante volte ci sentiamo definite come persone dal nostro lavoro?
Quante volte rispondiamo alla domanda “di cosa ti occupi?” dicendo “sono un’imprenditrice” o “sono un infermiere” invece di dire che facciamo l’imprenditrice o l’infermiere?
Quante volte il valore personale viene misurato in base al successo o al fallimento professionale?
Per molte persone, il lavoro non è solo un mezzo per guadagnarsi da vivere, ma è diventato un metro di giudizio del proprio valore, una fonte di autostima o, al contrario, di frustrazione e senso di inadeguatezza.
Per esempio, sicuramente avrai conosciuto qualcuno, o magari lo hai sperimentato in prima persona, che ha vissuto un periodo di disoccupazione come un vero e proprio fallimento personale, anche quando non era in pericolo la sua sopravvivenza economica.
Perché ci sentiamo così in occasioni come questa?
Perché il lavoro che svolgiamo è diventato tanto determinante per la nostra identità?
Questa è la domanda che ci guiderà oggi, mentre esploreremo le radici storiche e culturali del concetto di lavoro.
Partiamo dal principio, o quasi. Nella cultura occidentale, uno dei primi riferimenti al lavoro come pena si trova nell’Antico Testamento: nella Genesi il lavoro è presentato come una vera e propria maledizione. Adamo ed Eva, dopo essere stati cacciati dall’Eden, ricevono da Dio alcune maledizioni, tipo partorirai con dolore ecc e, giusto per rincarare la dose, vengono anche condannati da Dio a guadagnarsi il pane con fatica e sudore.
Questo passaggio ha avuto un impatto importante sul modo in cui la nostra cultura ha concepito il lavoro per secoli. L’idea che il lavoro sia una forma di espiazione, una fatica inevitabile, un peso che l’essere umano si porta appresso, ha radici profonde e ancora oggi influenza il modo in cui lo percepiamo.
La cultura greca non si è discostata di molto da questa idea. Soprattutto nel periodo culturalmente più rigoglioso, quello della Grecia intellettuale di Platone e Aristotele, il lavoro era considerato un elemento negativo per l’essere umano perché lo distoglieva da quella che era considerata l’attività più valorizzante e naturale, cioè il pensiero, la filosofia. Il lavoro era roba per schiavi e poveri e, comunque, sminuiva la natura umana.
Insomma, in questa concezione il lavoro è qualcosa che, per essere considerato tale, deve generare fatica, dolore, sforzo. Deve sporcare le mani, eliminare il piacere ed è molto lontano da tutte quelle attività che permettono agli essere umani di fiorire ed esprimere se stessi.
Ma la storia non finisce qui. Durante il Medioevo, questa concezione negativa è stata ulteriormente rafforzata. In quel periodo, il lavoro manuale era considerato nettamente inferiore rispetto alla vita spirituale. La società era rigidamente gerarchica, e chi si dedicava al lavoro manuale e produttivo era visto come appartenente a una classe inferiore, alla vita mondana corrotta e deviata, e non godeva della stessa grazia di chi si dedicava totalmente alla contemplazione o alla preghiera, cioè il clero. Questa divisione tra il lavoro come pena e la vita spirituale come ideale di realizzazione ha contribuito a radicare ulteriormente l’idea che il lavoro sia qualcosa di meno nobile, meno elevato, una penitenza dovuta per tutte quelle persone che non sono pure.
Un cambiamento importante nella concezione del lavoro arriva con la Riforma Protestante, specialmente con il calvinismo e il luteranesimo. Qui vediamo un ribaltamento: il lavoro non è più solo fatica e espiazione, ma diventa un segno di virtù, un mezzo per avvicinarsi a Dio. L’ozio viene considerato un peccato, qualcosa di contro natura, e l’etica del lavoro diventa centrale nella vita quotidiana. Così, l’idea che il lavoro nobiliti l’essere umano, che sia un dovere morale, si radica profondamente nella cultura occidentale, influenzando il modo in cui ci relazioniamo al lavoro ancora oggi.
Questo cambiamento ha portato alla nascita di quell’ etica del lavoro in cui il successo professionale e la prosperità economica diventano quasi un segno di grazia divina. Lavorare duramente non è solo un mezzo per guadagnarsi da vivere, ma diventa un modo per dimostrare la propria rettitudine e la propria elezione. Questa visione ha contribuito a creare la connessione tra lavoro e identità, tra successo professionale e valore personale, che oggi è così radicata nella nostra società.
Con Karl Marx, la concezione del lavoro subisce un’altra importante trasformazione. Marx critica aspramente il sistema capitalista, in cui il lavoro è visto come una forma di sfruttamento, un’attività in cui l’essere umano rinuncia a se stesso per produrre quel capitale che andrà poi a consumare, creando un terribile e alienante circolo vizioso. Per Marx, la divisione tra chi possiede i mezzi di produzione e chi vende la propria forza lavoro è una delle principali ingiustizie del capitalismo. Il tempo libero, in questo contesto, diventa un lusso riservato a chi non è costretto a lavorare per sopravvivere.
Inizia così a emergere una nuova dicotomia: da un lato, il lavoro come sfruttamento e alienazione; dall’altro, il tempo libero come spazio di libertà e autorealizzazione. Questa divisione è diventata ancora più marcata con l’avvento del consumismo, dove il tempo libero è stato trasformato in un’occasione per consumare, per spendere il denaro guadagnato con il lavoro.
Infatti, con l’avvento del consumismo, la nostra relazione con il lavoro subisce un’ulteriore trasformazione. Il lavoro diventa un mezzo per ottenere denaro, e il denaro diventa un mezzo per consumare. La società consumistica ci spinge a vedere il tempo libero non solo come un’occasione per riposare o per dedicarci a ciò che ci appassiona, ma soprattutto come un momento in cui possiamo (e dobbiamo) consumare.
Questo ciclo di lavoro-consumo ha portato molte persone a identificarsi sempre di più con ciò che possiedono, con ciò che possono acquistare.
Il lavoro, in questo contesto, diventa un mezzo per ottenere status sociale attraverso il consumo. Ma a quale prezzo? L’identità personale viene spesso ridotta a ciò che facciamo e a ciò che possediamo.
Abbiamo quindi attraversato diverse tappe storiche che ci mostrano come la concezione del lavoro si sia evoluta e come ciascuna di queste tappe abbia lasciato un’impronta nel modo in cui oggi ci relazioniamo al lavoro. Dal lavoro come pena nella Genesi, al lavoro come vocazione divina nel protestantesimo, fino al lavoro come sfruttamento in Marx e come mezzo per consumare nel capitalismo moderno.
Ma cosa significa tutto questo per noi oggi? Significa che molti di noi vivono con una serie di preconcetti sul lavoro che ci sono stati tramandati e che, spesso, accettiamo senza metterli in discussione.
Il lavoro deve per forza generare fatica? Il lavoro è davvero un metro di valore personale? Dobbiamo davvero identificarci con ciò che facciamo per vivere? E, soprattutto, è possibile ripensare il lavoro in un modo che sia più in linea con ciò che desideriamo veramente?
E qui arriviamo alla questione centrale di questa puntata. Come puoi immaginare, non ho intenzione di offrirti una risposta definitiva o una nuova definizione di lavoro da adottare. L’obiettivo di oggi è quello di portarti a riflettere su come la tua concezione di lavoro sia il risultato di secoli di condizionamenti culturali. E poi, la domanda per te è: qual è la tua verità sul lavoro?
Considerando che queste sono le influenze che ci hanno plasmato, se ti fermi a riflettere e a spogliarti per un attimo da questi condizionamenti che cosa pensi davvero tu del lavoro? Come ti piacerebbe che fosse?
Queste sono domande alle quali solo tu puoi rispondere.
Ti invito a prenderti del tempo per riflettere, per mettere in discussione ciò che hai sempre dato per scontato, e magari a iniziare a formulare pensieri nuovi, partendo da diversi punti di osservazione.
Grazie per avermi seguito fin qui nel podcast Opinioni, ciao!
Ringrazio per i primi dodici episodi di questo podcast la mia preziosa amica e collega Manuela Limonta, che mi ha aiutato a portare fuori i ragionamenti che condivido con te.

Interessante… Posso usare tutto questo per rispondere quando mi chiedono: ” bello quello che fai, ma guadagni?” E a chiederlo sono sempre i membri della mia famiglia! Che ancora si chiedono come mai non sono andata a lavorare in Luxottica!!!
Ahahahahhhhh assolutamente si, consiglio proprio inoltro del podcast perché non so se anche per te è così ma con me pare sempre che quando si tratta della famiglia se dico io le cose non le sentano nemmeno, poi basta che gliele dica qualcun altro e attecchiscono come per magia! Come si suol dire, nemo profeta in patria. 😛
Un piccolo appunto sulla parte medievale: il monachesimo occidentale si fonda sulla regola benedettina “ora te labora”, ugualmente la regola francescana originaria imponeva ai frati il lavoro manuale per rispetto della minorità. Che poi monaci e frati si siano presto e volentieri adagiati sul lavoro altrui, riguarda la debolezza umana, diciamo così. In ogni caso il lavoro non era ritenuto punizione (penitenza) ma ascesi, o magari le due cose andavano a braccetto, visti i personaggi. Ciao!
Grazie per l’interessante integrazione Gian Maria! Sarebbe bello un giorno fare una puntata del podcast in cui analizzare la relazione tra cristianesimo e concetto del lavoro in tutte le sue sfumature, più approfondita di questa mini introduzione, magari prima o poi ci faccio un pensierino eheheh! Intanto grazie dell’ascolto e del contributo. 🙂
Ciao Giada, innanzitutto grazie per questa puntata di Opinioni, che ascolto con molto piacere, in un momento particolare della mia vita. Mi ha permesso di fare una carrellata su tutte le scelte che ho fatto in ambito lavorativo nell’ultimo decennio. Mi risuonano tanto le riflessioni da te apportate, grazie davvero! Soprattutto, comprendo ora come alcune “credenze” tramandate da famiglia, cultura e società, ancora si “insinuano” quando non mi sento particolarmente sicura e centrata nel proseguire sulla mia strada. Un caro saluto
Grazie a te per l’ascolto Daniela, spero che questa puntata di Opinioni possa restare dentro di te come un semino pronto a germogliare ogni volta che ce ne sarà bisogno in futuro per contrastare condizionamenti e voci scomode eheheh! 😀