Cambiare vita © Giada Carta

Quando mi ero appena licenziata, ogni volta che telefonavo alle amiche o a conoscenti vari ed eventuali tutti esordivano con: “Allora, come sta andando quest’avventura?”. Come se, dando le dimissioni dal mio lavoro dipendente per mettermi in proprio, mi fossi improvvisamente catapultata in un’altra vita.

Forse è così che uno immagina il grande passo: come un cambiamento radicale, una linea rossa varcata la quale nulla sarà più lo stesso, e in parte è vero che tutto cambia. Io per esempio non metto più la sveglia perché mi alzo quando voglio, posso scegliere quale sarà il mio giorno di riposo di settimana in settimana, posso lavorare in pigiama dal letto oppure bevendo il thè comodamente seduta alla mia scrivania.

La propria testa e le regole base della vita, però, non cambiano affatto: e quindi è fisiologico mantenere la naturale preoccupazione di dover badare a se stessi, il che con un lavoro freelance si accompagna a una certa componente di ansia legata all’imprevedibilità delle entrate economiche, ed è altrettanto fisiologico che si debba continuare a lavorare sodo per realizzare i propri desideri, ben più sodo che in un lavoro dipendente se è per questo.

Ultimamente mi trovo spesso a sentirmi osservata come una sorta di creatura mitologica perché ho fatto la scelta di mettermi in proprio e molte persone mi dicono quanto sono fortunata a poter vivere come sto facendo adesso, ma la fortuna non c’entra un bel niente, sappilo. La mia scelta è stata frutto di consapevolezza, desideri incontenibili, esasperazione e coraggio, moltissimo coraggio.

Dare le dimissioni è stata la scelta più difficile che io abbia fatto in tutta la vita: lavoravo in una bella azienda e in un settore che adoro, con uno stipendio tutto sommato dignitoso per la mia generazione e che arrivava sempre puntuale il 27 del mese, andavo d’accordo con le colleghe e il mio capo era il migliore che avessi mai avuto, una donna fantastica che mi ha insegnato moltissimo. E quindi chi me l’ha fatto fare, ti starai chiedendo tu?

Prima di tutto, lavorare per una multinazionale era ormai davvero impossibile da conciliare con i miei valori: il trattamento riservato alle persone dalle grandi aziende non coincide assolutamente con quello che io considero il minimo sindacale di umanità, e soprattutto lavorare unicamente per il profitto delle grandi firme mi faceva sentire svuotata e senza scopo.

In più, i ritmi più che serrati secondo i quali ero costretta a lavorare erano sempre più lontani dai miei ritmi interiori e questo mi creava un malessere che ormai era anche fisico e a base di continui mal di testa, una stanchezza cronica e pesantissima e un livello di stress sempre elevato che mi aveva portato anche ad aumentare di peso, cosa mai successa prima alla mia costituzione sottile e al mio metabolismo killer.

Era da un bel po’ che non ero felice, ma la mia decisione non è stata immediata: perché quindi ho tergiversato prima di licenziarmi? Beh, è facile: perché avevo paura. Una paura fottuta.

Paura di finire sotto un ponte senza lo stipendio fisso a proteggermi soprattutto, ma anche paura di dovermi impegnare sempre e comunque perché se sei freelance il lavoro non te lo regala nessuno mentre da dipendente per me era facilissimo raggiungere qualunque obiettivo, spesso anche con molta tranquillità rispetto alle deadline imposte.

E non dimentichiamo la paura di essere l’unica responsabile del mio benessere, perché per me era facilissimo dare al lavoro la colpa di tutti i miei mali ma riconoscere di essere tu a controllare la tua vita e i tuoi stati d’animo non è cosa da poco.

A metà del 2015 quindi ero ormai approdata a un buon livello di consapevolezza di tutte queste cose, che mi aveva portato alla scelta ragionata di lasciare il mio lavoro dipendente solo una volta che quello freelance avesse già ingranato: così avrei potuto sperimentare, capire se la nuova vita mi piaceva, e soprattutto non rischiare di finire sotto il ponte di cui sopra.

Perciò mi sono fatta un culo così e per un anno non ho mai riposato, nemmeno un giorno, perché quando non lavoravo per la mia azienda lavoravo per me.

Ed è così che l’esasperazione ha giocato la sua parte, una parte fondamentale: ero sempre più stanca, in azienda mi avevano proposto una crescita che avrebbe significato un maggiore impegno e un maggiore stress, e a cui per finire è corrisposta una proposta economica assolutamente ridicola che ho ricevuto un venerdì. Il weekend successivo è stato di pensieri, sensazioni, di paura fortissima. Il lunedì ho dato le dimissioni.

Siamo arrivate al coraggio che mi ci è voluto per farlo quindi: possibile che sia disceso su di me come lo spirito santo, in così breve tempo e in una quantità tale da farmi prendere tutto sommato su due piedi una decisione che fino al giorno prima avevo stabilito di prendere da lì a due anni? Si.

Perché nella mia esperienza il coraggio non è una caratteristica che si ha o non si ha, ma qualcosa che si crea anche grazie alle esperienze. Come in ogni cosa ci può essere una predisposizione, perché anche il coraggio è un po’ come un talento, ma è vero anche che il talento senza esercizio non vale niente.

Quindi, non pensare che esistano persone più fortunate di altre, per cui prendere decisioni è più facile e che di conseguenza avranno una vita migliore della tua. Accetta invece che è tutto in tuo potere. Che il coraggio di cambiare vita e di viverla secondo le proprie regole si costruisce col tempo, con fatica, con impegno, con la sofferenza che serve a portarti al limite oltre il quale in fondo a volte non c’è nemmeno un’altra scelta possibile, con la consapevolezza, e con la paura.

Non c’è coraggio senza paura, e solo accettando e conoscendo le proprie paure si diventa a un certo punto pronti ad affrontarle e a combatterle agendo. Se ti senti in gabbia, se il tuo cuore desidera un cambiamento, non pensare che c’entrino la fortuna o le doti naturali: c’entra solo quanto sei disposta a metterti in gioco per crearlo.